Matrimoni omosessuali e Cassazione: è ora che in Italia li riconosciamo

di Simona Napolitani
Pubblicato il 21 settembre 2012 7:30 | Ultimo aggiornamento: 21 settembre 2012 7:41

Due cittadini italiani, entrambi uomini, si sono sposati in Olanda, nell’anno 2002; hanno poi chiesto la trascrizione dell’atto presso il Registro dello Stato Civile Italiano.

L’Ufficiale dello Stato Civile del Comune di Latina, con provvedimento dell’11 agosto 2004, ha rifiutato la trascrizione

“per non essere previsto nel nostro ordinamento il matrimonio tra soggetti dello stesso sesso, in quanto contrario all’ordine pubblico”.

Da qui, ha avuto inizio un lungo iter processuale, a seguito dell’impugnazione, da parte degli sposi, del provvedimento di rifiuto della richiesta trascrizione.

Il procedimento è infine giunto al vaglio dei giudici della Suprema Corte, i quali hanno affermato – in linea con il mutamento avvenuto a livello sovrannazionale – che l’intrascrivibilità dell’atto di matrimonio, tra persone dello stesso sesso, non dipende dalla sua inesistenza, ma dall’inidoneità dello stesso a produrre effetti giuridici nell’ordinamento italiano. La Corte di legittimità non si è fermata qui. La sentenza ha anche introdotto un altro importante principio: i componenti della coppia omosessuale, che intrattengono una stabile relazione e che convivono nella medesima abitazione, sono titolari del diritto alla “vita familiare” e nell’esercizio del diritto involabile di vivere liberamente una condizione di coppia, possono adire i giudici comuni per far valere, in presenza di specifiche situazioni, il diritto a un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata.

Prima di esaminare il ragionamento dei giudici della Suprema Corte, è importante valutare, a grandi linee, la situazione in Europa. I Paesi Bassi sono stati il primo paese ad aprire il matrimonio alle coppie dello stesso sesso, poi hanno seguito la Spagna, il Belgio, la Norvegia, la Svezia, il Portogallo, l’Islanda, la Danimarca e altri ancora. Da ciò si desume come “il matrimonio egualitario” stia sempre più facendo parte della nostra cultura, al punto da non poter essere ignorato dalla nostra giurisprudenza. La citata sentenza risponde a questa evoluzione.

La Corte di cassazione ha  così motivato:

“ ..l’ordinamento giuridico italiano, perciò, ha conosciuto finora , e conosce attualmente un’unica fattispecie che integra il matrimonio come atto: il consenso che, nelle forme stabilite per la celebrazione del matrimoni, due persone di sesso diverso si scambiano, dichiarando che “ si vogliono prendere rispettivamente in marito e in moglie.

La diversità di sesso dei nubendi è quindi richiesta dalla legge per la stessa identificabilità giuridica dell’atto di matrimonio….Ma, già da tempo ed attualmente, la realtà sociale e giuridica europea mostra sul piano sociale il diffuso fenomeno di persone dello stesso sesso stabilmente conviventi e, sul piano giuridico, il riconoscimento a tali persone, da parte di alcuni Paesi europei del diritto al matrimonio ovvero del più limitato diritto alla formalizzazione giuridica di tali stabili convivenze ed ad alcuni diritti a queste connesse…”.

Nonostante tali premesse, il giudice adito ha però ritenuto che il fondamentale diritto di contrarre matrimonio non è riconosciuto dalla nostra Costituzione a due persone dello stesso sesso.

I giudici della Suprema Corte hanno affrontato una approfondita disamina dei principi civilistici e costituzionali che sono alla base del nostro ordinamento, rispetto all’istituto del matrimonio, in particolare nella motivazione si legge che già i nostri costituenti tennero presente la nozione del matrimonio definita dal Codice del 1942, secondo cui i coniugi devono essere persone di sesso diverso. Essi fanno anche riferimento a precedenti sentenze ed in particolare ad una decisione della Corte costituzionale, secondo cui

“per formazione sociale di cui all’art. 2 della Costituzione deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico…in tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri. Si deve escludere, tuttavia, che l’aspirazione a tale riconoscimento – che necessariamente postula una disciplina finalizzata a regolare i diritti e doveri dei componenti della coppia, possa essere realizzata attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio…Ne deriva dunque, che, nell’ambito applicativo dell’art. 2 della Costituzione (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali, ove svolge la sa personalità, e richiede l’adempimento di doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”) spetta al Parlamento, nell’esercizio della sua piena discrezionalità, individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette”.

Principi di elevato valore giuridico e umano, rispetto ai quali si spera che il Legislatore non indugi ulteriormente e riconosca all’Italia e al suo popolo il rango di paese appartenente ad una Comunità che ha dato mostra di essere più avanzata.

Avv. Simona Napolitani

 

Privacy Preference Center

Necessari

installato da wordpress di default, non vengono utilizzati in alcun modo

wordpress

Advertising

Analytics

Utilizzati per stimare il traffico del sito

_ga,_gat,_gid,WT

Other