Stati generali, Conte si ispiri a Macron, il dibattito sia grande e nazionale

di Emiliano Chirchietti
Pubblicato il 9 Giugno 2020 7:33 | Ultimo aggiornamento: 8 Giugno 2020 20:55
Stati generali, Conte si ispiri a Macron, il dibattito sia grande e nazionale

Stati generali, Conte si ispiri a Macron, il dibattito sia grande e nazionale

Stati Generali dell’Economia: è un’idea interessante, ma Conte abbia più lungimiranza e lanci una discussione in tutto il Paese, sul modello del “Grand débat national” francese.

Si parla molto di favorire la partecipazione dei cittadini ma poi, quando arrivano le occasioni giuste per passare dalle parole ai fatti, non le cogliamo.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948, al 1° punto dell’art. 21, riporta che “ogni individuo ha il diritto di partecipare al governo del proprio Paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti”.

L’esercizio del diritto di voto è stato quel meccanismo virtuoso di legittimazione reciproca tra cittadini e politici nella seconda metà del ‘900. I primi votando si sentivano parte della comunità e fautori del proprio destino. I secondi invece accoglievano in sé la responsabilità di governo democraticamente conferitagli dal voto popolare.

E poi c’erano i Partiti, riconosciuti dall’articolo 49 della nostra Costituzione, l’anello di congiunzione tra cittadini ed Istituzioni.

Poi è venuto meno questo ruolo di mediazione e collegamento, a seguito della profonda crisi nella quale i Partiti sono sprofondati. Abbiamo assistito ad un progressivo scivolamento di queste funzioni nelle Istituzioni. Che ormai sono divenute sede di conflitti tra governi e cittadini.

Prima si andava a protestare in una sezione di partito per una decisione presa da un Sindaco. Oggi ci si presenta direttamente in Comune, accompagnati da un comitato di quartiere liberamente costituito.

Questo nuovo livello di partecipazione segna un punto di rottura con la visione classica della democrazia. Riconosce nella rappresentanza un principio ancora valido. M ci fa comprendere i limiti di un modello che avrebbe bisogno di essere riformato o accompagnato anche da altro.

L’economista Joseph Schumpeter addirittura riteneva che in una democrazia rappresentativa non vi fosse nessun tipo di connessione significativa con i cittadini. Al punto da giustificare l’affermazione di un governo indiretto del popolo.

Ma non è questo il punto, il tema è un altro.

Non è più ipotizzabile pensare che il rapporto tra Istituzioni e cittadini si manifesti  solo nel momento della scadenza elettorale.

Dobbiamo anche essere pronti a sperimentare procedure democratiche alternative, sostiene il sociologo Anthony Giddens. Specialmente quando possono contribuire ad avvicinare le decisioni politiche alle preoccupazioni quotidiane dei cittadini.

Ad esempio, in Francia il Presidente della Repubblica Macron ha lanciato il “Grand débat national” per aprire una discussione in tutto il Paese sui temi che la protesta dei “Gilet gialli” ha posto all’attenzione dei francesi.

Ma cos’è il “Grand débat national”?

In sintesi possiamo dire che è uno strumento di partecipazione istituito per Legge nel 1995. Con esso si coinvolgono i cittadini nella formazione di quei progetti che hanno un’importanza nazionale. Vogliamo costruire un ponte che da Milano arriva a Palermo? Si attiva il Dibattito nazionale e si decide tutti insieme se farlo e come farlo.

Ovviamente c’è un metodo da seguire. Viene istituita una Commissione nazionale per il Dibattito pubblico, e da lì si parte per tutta la Francia con una discussione che ha regole e tempi certi.

Anche in Italia qualcosa si è fatto, ma sono tutti progetti in buona parte sviluppati e sperimentati nei Comuni.

Un esempio di confronto pubblico alla francese, scrive Iolanda Romano nel libro “Cosa fare, come fare”, è quello avvenuto per la cosiddetta «Gronda» di Genova nel 2009. Cioè l’ipotesi di realizzare un tratto autostradale di 20 chilometri all’interno del Comune, tanto per citarne uno.

Davanti ad un evento come la pandemia, terribile, epocale, e dalle conseguenze ad oggi inimmaginabili, che iniziano a manifestarsi in tutta la loro drammaticità, l’idea di convocare gli “Stati Generali dell’Economia” è un buon inizio ma insufficiente.

È un peccato perché ci sarebbero tutte le condizioni per organizzare qualcosa di più coraggioso.

Eppure queste forme alternative di partecipazione non sono una novità.

Se ne parla da anni, letteratura, esperimenti e progetti abbondano.

Jürgen Habermas è tra i sociologi che maggiormente ha spinto sull’acceleratore.

Per lui il sistema politico culturale e sociale nel quale viviamo è in una profonda crisi di legittimità. Un processo democratico per essere considerato tale deve fondarsi su una discussione. Che prepara le decisioni partendo dal processo iniziale di formazione delle opinioni, ed è nella sfera pubblica politica che questa procedura si realizza.

Appunto, “la sfera pubblica”.

Anche il filosofo Edgar Morin si è misurato con il tema della partecipazione.

Morin ritiene che la democrazia partecipativa, pur presentando alcuni aspetti ancora critici, può rappresentare un valido antidoto ai limiti della democrazia rappresentativa. Si dovrebbe costruire un nuovo modello di governance, sintesi della paritaria e reciproca contaminazione tra le istanze dei cittadini, della politica. E dei professionisti competenti dei vari temi affrontati.

Insomma, la lista di coloro che hanno ragionato intorno al problema è lunga.

Anche in termini di strumenti da utilizzare c’è ampia scelta.

In questo articolo si parla di “Grand débat national” ma si potrebbero attivare percorsi diversi.

Da questa prospettiva è estremamente interessante un saggio scritto dal sociologo Yves Sintomer, “Il potere al popolo”. In esso si analizzano appunto forme di partecipazione con metodologie alternative. Come le giurie cittadine, il sorteggio e la democrazia partecipativa.

Oppure si potrebbero percorrere strade più moderate come il sondaggio deliberativo e le giornate deliberative proposte dagli americani James Fishkin e Bruce Ackerman. 

Almeno la volontà di ragionare su questi temi: sarebbe già un buon risultato.

Invece, gli azionisti del Governo Conte, non hanno perso tempo per criticare l’idea degli Stati Generali che comunque è un primo passo che si doveva accogliere con parole e volti diversi.

Troppo esperti per sbagliarsi sulla comunicazione.

Figuriamoci come avrebbero reagito alla proposta di un Grande Dibattito nazionale italiano, soprattutto adesso che una lista Conte è data al 14%.

Se non fosse tutto vero ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate.