Stipendi bassi in Italia: colpa dei privilegi e del mercato del lavoro bloccato

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 5 settembre 2014 9:48 | Ultimo aggiornamento: 5 settembre 2014 13:03
Stipendi bassi in Italia: colpa dei privilegi e del mercato del lavoro bloccato

Giuseppe Turani: Stipendi bassi in Italia per colpa dei privilegi e del mercato del lavoro bloccato

Giuseppe Turani ha pubblicato questo articolo anche su Uomini e Business con il titolo “Crollati gli stipendi italiani, bene gli altri”

Anche i conti sull’andamento del reddito pro-capite dei G7 (come quelli sul Pil, pubblicati qualche giorno fa) non ammettono interpretazioni equivoche. Mentre qui ci dibattiamo intorno a questioni marginali, è successo che dentro la grande crisi il cittadino tedesco è passato da, poniamo, cento euro a inizio 2008 a 116 oggi.

Nello stesso periodo di tempo i cittadini italiani sono scesi da 100 a quota 63. In sostanza, i tedeschi, nonostante la crisi, alla fine sono riusciti a recuperare e oggi si trovano con un reddito pro-capite un po’ sopra a quello che avevano all’inizio. Gli italiani invece hanno perso quasi un terzo del reddito che avevano nel 2008, prima della crisi. L’Italia è quella che ha avuto il comportamento peggiore dentro la grande crisi.

E quindi non  c’è chiacchiera che tenga: esiste una crisi italiana, tutta italiana. Solo la Lega, i 5stelle e poche altri pensano che i nostri guai siano legati all’uso dell’euro.

Che cosa sia poi sia questa crisi è sotto gli occhi di tutti. La  società italiana fa una fatica immensa a rinnovarsi. E le poche novità che vengono via via introdotte sono di tipo millimetrico, cioè quasi ininfluenti.

Invece la verità è che siamo arrivati alla fine del “modello” che abbiamo  ereditato dagli anni Settanta e Ottanta. Allora, grazie alla facilità nell’indebitarsi, ci siamo suddivisi un benessere in una certa misura artificiale. Ora il bluff è finito e bisogna prenderne atto. Rimedi? Riforme, riforme, riforme.

E con un  occhio a una linea-guida: il mercato e la concorrenza. Non siamo efficienti perché troppi pezzi della società italiana (dalla scuola alla sanità) di fatto sono monopoli senza alcun confronto di mercato.

Anche nel mercato del lavoro si sta tentando fino all’ultimo di sfuggire al confronto. E il sindacato, più che un soggetto di sviluppo, si comporta come un  agente di difesa dell’esistente e persino dei suoi piccoli privilegi (vedi il caso dei distacchi sindacali). Qualche tempo fa un insigne studio ha scritto “Il diritto di avere diritti”. E questa è la posizione che va abbandonata: i diritti sono quelli che nascono dal confronto di mercato e che sono compatibili con un corretto sviluppo della società. Tutti hanno diritto a un buon stipendio, a una buona sanità, a una buona istruzione. Ma il primo di questi diritti, lo stipendio, è ormai negato a almeno 9 milioni di italiani (uno su sei). Non per cattiveria di chissà chi, ma semplicemente perché lo sviluppo italiano (come si vede dal grafico) è andato a farsi benedire. E allora ci si divide, male, quel poco che c’è.

I politici e i sindacati dovrebbero capire che, anche facendo molte riforme, al benessere del 2008 si tornerà probabilmente nel giro di un paio di generazioni, non prima.

Una ragione di più per sbrigarsi e per non perdere tempo in discussioni inutili. Un esempio: la riforma della scuola potrà piacere o non piacere, ma comunque è la prima da trent’anni a questa parte. La riforma del lavoro, se mai si farà, sarà la prima dopo mezzo secolo. Nel frattempo nel mondo tutto è cambiato (sono apparsi, ad esempio, due miliardi di nuovi lavoratori). Solo l’Italia è rimasta ferma, bloccata intorno al diritto di avere diritti. Diritti che però nessuno è più in grado di pagare. Cambiare è solo un esercizio di buon senso.