Stragi e infamità, lo Stato anonimo

di Lucio Fero
Pubblicato il 27 aprile 2018 10:02 | Ultimo aggiornamento: 27 aprile 2018 10:02
Stragi e infamità: dopo la sentenza lo Stato anonimo

Stragi e infamità, lo Stato anonimo (nella foto, una fase del processo Stato Mafia)

ROMA – Stragi e infamità varie sono decenni che lo zampino dello Stato viene ipotizzato, segnalato, processato, talvolta sentenziato. Una sorta di storiografia divulgativa ormai assume come prezzemolo in ogni minestra la mano cattiva dello Stato appunto in ogni strage e infamità nazionale. Viene raccontato e vissuto come ovvio e dimostrato che lo Stato è almeno in parte dietro e dentro ogni strage e infamità.

Già, ma quale Stato? Che domanda è mai questa? I vertici dello Stato è l’immancabile risposta. Con la sua variante: colpevole e complice di stragi e infamità è lo Stato nello Stato, lo Stato deviato e cattivo di cui lo Stato buone e regolare è marionetta più o meno inconsapevole. Ce la raccontiamo così da decenni sui giornali, in televisione, su libri di storia molto instant book e molto poco di storia studiata, nel chiacchierar comune quando ci capita. Talvolta ce la raccontiamo così anche in Tribunale.

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E siamo talmente abituati a raccontarcela così che non facciamo alcun caso a un piccolo particolare. Questo Stato che ha sempre almeno una mano in pasta in ogni schifezza nazionale, questi vertici dello Stato che nella chiacchiera e su stampa e in tv sono mandanti o complici, registi o coprotagonisti di fatti di sangue o fatti di mafia sono sempre anonimi.

Già, senza nome. Non perché i nomi siano nascosti. Lo Stato infame è nella narrazione pubblica consolidata anonimo perché ogni volta che si è cercato un nome cui addossare una responsabilità precisa l’impresa è fallita. E’ fallita nella ricostruzione storica. Soprattutto è fallita nelle inchieste e aule giudiziarie. Mai in decenni e decenni si è potuto dare un nome a un cattivo, provare che un uomo dello Stato cattivo è stato lui, proprio lui.

Ma ci si è fatta una ragione, ci si è abituati. L’ultima della serie: un Tribunale condanna in primo grado ufficiali dei Carabinieri per aver condotto trattative con la mafia e assolve un ministro dalla accusa di falsa testimonianza sulla vicenda. E tutti titolano e argomentano sui vertici dello Stato coinvolti, anzi mandatari della trattativa Stato-mafia. Quali vertici? Chi? Chi ordinò dal vertice dello Stato (come vuole la vulgata) le stragi di Piazza Fontana o di Piazza della Loggia o dell’Italicus? Mai un nome, mai una prova. Eppure non solo allora furono chiamate Stragi di Stato, ancora oggi ogni strage determina il riflesso condizionato di guardare dove è stato lo Stato.

E chi, quale nome dei vertici dello Stato dietro i complotti, primo tra tutti il rapimento e omicidio Moro. Che deve essere stato complotto, non possono essere state le Brigate Rosse, chi dello Stato deviato ma ai vertici zampinava con Moretti e Faranda? Mai un nome, una prova.

E ora la trattativa Stato-mafia. Coinvolti i vertici dello Stato, il nostro circuito informativo ci mette la mano sul fuoco e la coscienza nazionale (per quel che ne sa e per quel che davvero le importa) di buonissimo grado accoglie l’idea perenne che i vertici dello Stato sono dietro e dentro ogni strage e infamità. Un segmento del giornalismo ne ha fatto professione, missione, religione, fonte di status, prestigio e reddito quella della caccia ai vertici dello Stato colpevoli, mandanti e complici di ogni strage e infamità.

Peccato che lo Stato infame sia agli atti sempre uno Stato anonimo. Senza un nome cui poter attribuire nessuna specifica e documentata e sentenziata colpa. Ma questo non turba, anzi. Non è mai stata trovata nessuna prova a carico di nessun uomo o donna di Stato in carne e ossa? Bene, questa è la prova del loro agire occulto. Anzi il fatto non ci siano prove è la prova migliore del complotto e del male agire di Stato.

La prova che sei ladro è che non ti hanno mai beccato a rubare. Una parte non piccola della magistratura applica questo codice in-civile.

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