Telecom. Renato Brunetta: nazionalizzare la rete, golden share no

di Renato Brunetta
Pubblicato il 30 settembre 2013 12:21 | Ultimo aggiornamento: 30 settembre 2013 18:25
Telecom. Renato Brunetta: nazionalizzare la rete, golden share no

Renato Brunetta: per Teleco rete nazionalizzata e niente golden share

Si è riaperto con grande enfasi e vivacità il dibattito sul capitalismo italiano e la tutela delle nostre imprese strategiche. A renderlo nuovamente attuale la vicenda di Telecom Italia.

In discussione è, soprattutto, il modo in cui le istituzioni pubbliche – in primo luogo i governi succedutisi negli ultimi decenni – (non) hanno affrontato la questione.

Già da tempo è noto come la progressiva integrazione dei mercati europei obblighi l’Italia a darsi una strategia per tutelare e promuovere gli interessi industriali ed economici nazionali.

Lo sostenemmo insieme con il professor Antonio Preto, in tempi non sospetti e con estrema chiarezza, su Il Sole 24 Ore, il 14 dicembre 2005.

In quella occasione, chiedemmo all’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, di promuovere un confronto pubblico nazionale, bipartisan, aperto e approfondito e di concluderlo con un dibattito parlamentare preceduto da comunicazioni del Governo e seguito da un atto di indirizzo. Se l’appello non fosse caduto nel vuoto, non ci saremmo trovati in questa situazione.

Eravamo nella fase di recepimento della direttiva 2004/25 sulle Offerte pubbliche di acquisto: sarebbe stato il momento giusto per delineare il modello che l’Italia avrebbe dovuto seguire nel contesto europeo, dove ciascun Paese ha un suo diverso modello di capitalismo:

a) il modello francese, colbertista e cartesiano dove si identificano gli interessi nazionali, i campioni e i settori da difendere e si applicano le deroghe consentite dal diritto dell’Unione;

b) il modello olandese, conquistatore all’esterno, ma blindatissimo all’interno con un sistema di fondazioni che controlla le grandi imprese;

c) il modello scandinavo, più subdolo, che protegge i suoi gruppi con voti multipli e capitalismo familiare blindato;

d) il modello spagnolo, paese aperto ma che, nel contempo, promuove la creazione di campioni nazionali efficienti in settori chiave dell’economia: banche (BBVA e Santander), telecomunicazioni (Telefonica), Sport (Real Madrid), Energia (Gas Natural);

e) il modello tedesco della Mitbestimmung tra capitale e lavoro a forte chiusura agli investimenti.

L’Italia avrebbe dovuto darsi una strategia industriale chiara e politicamente sostenibile già otto anni fa. Non l’ha fatto. E ora, quale modello di capitalismo?

Quelli francese e spagnolo sembrano gli unici modelli applicabili nel nostro Paese.

Per realizzarli, però, occorre prima capire cosa vogliamo fare dei nostri mercati e dei nostri interessi economici di punta.

Il modello francese dei campioni nazionali e del colbertismo ci porterebbe a consolidare rendite e salvare imprese decotte.

Ma, come già sostenni nel 2005, ritengo che il modello da seguire sia quello spagnolo, simile al nostro dal punto di vista della regolazione. Si tratta di un modello, che, però, richiede, come in Spagna, un forte coordinamento del Sistema Paese, in particolare della politica e della finanza.

Ciò significa:

No ai campioni nazionali ad ogni costo e alle golden share perchè rischiano di consolidare situazioni di privilegio e violazioni delle regole di mercato.

No ai patti di sindacato, alle scatole cinesi, alle poison pill, alle piramidi societarie.

Sì alla difesa di interessi nazionali ma con moderazione, in modo trasparente e pubblico, dopo un’analisi caso per caso realizzata attraverso l’incontro virtuoso delle risorse finanziarie ed imprenditoriali necessarie.

Sì alla reciprocità in una prospettiva europea. Le società debbono essere contendibli ma anche potersi difendere da scalate ostili di società che contendibili non sono. Una reciprocità virtuosa che favorisce la contendibilità: se voglio contendere debbo essere contendibile a mia volta.

In buona sostanza no al protezionismo, sì ad un mercato aperto e trasparente. Se questi suggerimenti fossero stati seguiti, oggi non ci troveremmo in questa situazione.

La storia di Telecom è tempestata di errori e opportunità mancate. Alcune di queste come l’Opa a debito dei «capitani coraggiosi» con i soldi delle banche (sostenuti dal Governo D’Alema) e la spoliazione della società realizzata da Tronchetti Provera sono note.

Altre, pure molto importanti, lo sono meno ed è giusto evidenziarle perché legate anche al management attuale. Il quale se è vero che ha dovuto far fronte a un indebitamento che pesava come un macigno, aveva comunque in dote un Ebitda (reddito al lordo di interessi, tasse, ammortamenti e accantonamenti) e un cash flow (flussi di cassa) dei migliori al mondo tra le società del settore.

Gli errori:

Mancanza di una vera strategia industriale che si è tradotta in un’emorragia continua di clienti su fisso e mobile; perdita di quote di mercato e assenza di servizi innovativi.

Nessun ammodernamento della rete in rame con conseguente qualità della rete sempre più bassa.

Smantellamento del CSELT di Torino (oggi TI.Lab), centro di ricerca e sviluppo, un tempo all’avanguardia in Europa e nel mondo (dai suoi laboratori sono usciti ad esempio i formati jPeg).

Chiusura della scuola Reiss-Romoil dell’Aquila, centro di formazione e di eccellenza nel settore delle telecomunicazioni riconosciuto in tutto il mondo, dove venivano formati i quadri e i dirigenti dell’Azienda.

Scelta di manager rispondenti a una logica di fedeltà al capo azienda piuttosto che alla mera competenza specifica.

Scarsa considerazione della fair competition e del mercato. Rapporti istituzionali conflittuali.

Le opportunità mancate:

In questo contesto Telecom ha perso grandi opportunità di espandersi sui mercati internazionali. Brasile e Argentina sono gli unici esempi di ciò che avrebbe potuto costituire una vera e propria strategia di espansione nell’ambito di economie in crescita e avrebbe fatto di Telecom un vero player globale. Invece, anche le partecipazioni acquisite disordinatamente da Colaninno furono presto svendute da Tronchetti Provera semplicemente per fare cassa.

In sintesi:

Poca o nessuna innovazione, scarsa inclinazione al cambiamento e all’internazionalizzazione.

Arroccamento su posizioni precostituite e rapporti sbagliati col mondo regolamentare, politico e istituzionale.

Scarsa intesa con i soci azionisti e con Telefonica l’altra espressione del vertice.

Come intervenire?

Innanzitutto, niente leggi o decreti ad hoc. La legge opa non va modificata ad aziendam. O contra aziendam. Niente furbate in corso d’opera. Non si può certo andare contro i principi dello stato di diritto. E poi non possiamo permetterci di creare sconcerto sui mercati internazionali.

Telecom come le altre società deve restare contendibile in una prospettiva europea di piena reciprocità, come previsto dalla direttiva opa.

Servono certezza e prevedibilità. E serve grande apertura a livello europeo e globale. Il mercato nazionale in questo settore, ancor più che in altri, non può vivere di prospettiva nazionale se non per la rete.

Il nuovo management di Telecom (qualora Bernabè dovesse confermare le sue dimissioni) deve cercare una fusione con qualcuno dei maggiori operatori mondiali di Telecom. Penso ad AT&T o Vodafone.

Ponendo le giuste condizioni, potremmo fare del nostro Paese un vero hub globale delle comunicazioni elettroniche, anche in vista del consolidamento del mercato europeo, ormai inevitabile. Senza bisogno di cedere le società sudamericane.

Da una situazione di crisi potrebbe, quindi, nascere una grande opportunità.

L’operazione dovrebbe realizzarsi attraverso un Offerta pubblica di scambio. In questo modo tutti gli azionisti, compresi i piccoli, si troverebbero in mano titoli solidi, destinati ad aumentare di valore (cosa che nemmeno un’Opa totalitaria potrebbe loro garantire).

E la rete?

La rete, da tutti considerata un asset strategico per il Paese, merita un discorso a parte.

Qui non stiamo parlando di un problema solo di Telecom. Si tratta di un bene privato, ma di preminente interesse pubblico e nazionale.

È un bene di rilevanza pubblica con vocazione a divenire pubblico anche dal punto di vista proprietario.

Certo le ragioni di sicurezza nazionale sono molto importanti. Ma la rete è oggi anche il fattore principale di competitività di un Paese. Per questo il suo controllo deve rimanere in Italia.

Oltretutto la rete necessita di investimenti per realizzare la banda ultralarga e gli obiettivi fissati dall’Agenda digitale. Dunque, lo scorporo diventa un mezzo per consentire l’accesso di nuovi capitali, quelli che oggi Telecom non ha.

A questo punto, l’opzione più logica è che Telecom scorpori la rete e la conferisca ad una newco aperta all’adesione di soci pubblici e privati.

La Cassa depositi e prestiti dovrebbe essere l’azionista di controllo in funzione di stabilizzazione e garanzia. Sarebbe anche un socio in grado di apportare capitali freschi, che avrebbero un ritorno certo a medio e lungo termine. La rete è molto redditizia, basta leggere i bilanci di Telecom.

Qualora Telecom non procedesse allo scorporo, la rete dovrebbe essere nazionalizzata, con una legge e un equo compenso da pagare agli azionisti.

Ciò sarebbe pienamente conforme al diritto europeo, che resta indifferente – come dice il Trattato Ue – rispetto alla proprietà pubblica o privata dei beni.

Sono la stessa direttiva quadro 2002/21/CE sulle comunicazioni elettroniche all’articolo 1 comma 3 e l’articolo 3 comma 3 del codice delle comunicazioni a consentire allo Stato di intervenire sulla rete per motivi di preminente interesse nazionale.

La rete, in molte parti del Paese, è un monopolio naturale e lo scorporo proprietario (con la creazione di una società della rete) darebbe grandi vantaggi concorrenziali: tutti gli operatori potrebbero accedere a condizioni analoghe agli stessi servizi, realizzando così una vera parità d’accesso. La concorrenza ci sarebbe tutta ma nei servizi che interessano gli utenti.

Ciò si tradurrebbe in meno regolazione ex ante di prezzi all’ingrosso e altre condizioni di accesso e gli italiani ne trarrebbero grandi vantaggi.

L’Agcom interverrebbe solo per verificare il corretto funzionamento della rete, il rispetto della parità e l’osservanza delle condizioni di concorrenza. Magari giovandosi di un organo di vigilanza indipendente.

Ora non resta che agire. Gli errori sono stati molti. La privatizzazione di Telecom, che doveva portare più tecnologia, più management e più capitali, si è risolta, come abbiamo visto, nell’esatto contrario. E adesso ne stiamo pagando le conseguenze. I tempi sono stretti. C’è però ancora lo spazio per recuperare un ruolo importante per Telecom e per il mercato italiano nel risiko mondiale del settore. Con più tecnologia, più management e più capitali. Appunto.