Elezioni, il test a test fra maggioranza e opposizione conferma: senza Mattarellum saranno inutili

di Giovanni Valentini
Pubblicato il 26 aprile 2018 13:18 | Ultimo aggiornamento: 26 aprile 2018 13:18
Elezioni, il test a test fra maggioranza e opposizione conferma: senza Mattarellum saranno inutili

Elezioni, il test a test fra maggioranza e opposizione conferma: senza Mattarellum saranno inutili

Elezioni, il test a test fra maggioranza e opposizione conferma: senza Mattarellum saranno inutili, scrive Giovanni Valentini, pubblicato sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 25 aprile 2018. Fra il test delle elezioni in Molise di domenica scorsa e il test prossimo del Friuli alla fine di questa settimana, le forze politiche italiane oscillano dalla maggioranza all’opposizione come su una nave in mezzo alla tempesta. Non è stato sufficiente un turno elettorale nazionale per formare un governo e ora le sorti del Paese vengono rimesse a due elezioni regionali che, per quanto significativi possano essere i rispettivi responsi, restano pur sempre consultazioni locali.

È il frutto velenoso di una legge elettorale di compromesso qual è il Rosatellum, concepita proprio per non far vincere nessuno, nel rifiuto di qualsiasi meccanismo maggioritario da parte del M5S e del centrodestra. Ma è anche il risultato di quell’assetto tripolare dello schieramento politico che ora cerca faticosamente di rimettere insieme i cocci, per unire almeno due dei tre poli.

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Che cosa potrà costruire di buono, su questa base, il presidente della Camera Roberto Fico, a cui il Capo dello Stato ha assegnato un nuovo mandato esplorativo? Poco o niente, verrebbe di rispondere, se non fosse che la politica – e in particolare quella italiana, bizantina e imprevedibile – può sempre riservare qualche sorpresa in extremis. Incaricato di verificare l’ipotesi di un’alleanza fra i suoi Cinquestelle e il Partito democratico, Fico dovrà tentare l’impossibile: e cioè, riappacificare i due eserciti avversari che si sono affrontati nelle urne del 4 marzo scorso, per superare i contrasti provocati dalla lunga campagna denigratoria e delegittimante del M5S nei confronti del Pd.

Chi ha ancora nelle orecchie gli argomenti e i toni aspri di questo scontro, fa fatica a immaginare come le critiche e gli attacchi dei Cinquestelle, da un lato, possano essere accantonati o rimossi. E come, dall’altro, le accuse di populismo e demagogia da parte dei Democratici possano essere annullate o dimenticate. Non è solo una questione di coerenza, per la verità assai scarsa nella vita politica nostrana. C’è soprattutto un problema di compatibilità e di omogeneità da risolvere: tanto da essere tentati perfino di dar ragione a Matteo Salvini, quando protesta che “questo incarico è una presa in giro”.

Ad ammettere l’estrema difficoltà di costituire un “governo coeso”, in grado di affrontare i nodi di natura economica e sociale sia a livello nazionale sia internazionale, è stato del resto lo stesso gruppo dei “saggi”, presieduto dal professor Giacinto Della Canena, a cui il M5S ha chiesto di individuare dieci punti fondamentali per un accordo programmatico con il Pd e con la Lega: “Impresa ardua”, è stato il verdetto finale, contenuto in un documento di 29 pagine consegnato al candidato-premier Luigi Di Maio. E per quanto il “pool” di esperti si sia sforzato di indicare i temi specifici su cui raggiungere le eventuali convergenze, dal “salario minimo garantito” al rafforzamento degli organici di polizia per assicurare una maggiore sicurezza, alla fine è stato costretto a rimanere sulle generali rinunciando a riempire di contenuti i capitoli elencati ed eliminando una serie di argomenti su cui invece un’intesa appare irrealizzabile.

Ma un contratto “à la carte” non basta per formare un governo. A maggior ragione quando omette una serie di temi, dalla politica europea alla “flat tax” e ai vaccini obbligatori, che hanno arroventato la campagna elettorale. E per di più, si delegano eventuali controversie a un fantomatico “comitato di conciliazione”, quasi che una maggioranza di governo fosse un condominio più o meno litigioso.

Sembra di assistere, dunque, a una colossale messinscena con i protagonisti impegnati a fare il gioco dei quattro cantoni. Una commedia degli equivoci o degli inganni, di shakespeariana memoria, in cui ognuno cerca di spiazzare l’altro a colpi di veti incrociati sulla pelle di un Paese che attende ormai da due mesi un nuovo governo. Se qualcuno intendeva rappresentare l’opportunità di introdurre un sistema maggioritario, con tutti i correttivi possibili e immaginabili per garantire la rappresentatività e la governabilità, difficilmente avrebbe potuto trovare di meglio.

Sulla base di queste premesse, non si può invidiare il presidente Fico nella sua avventurosa esplorazione oltre le “colonne d’Ercole” del M5S e del Pd, con i migliori auguri che gli si possano rivolgere. Certo è che se non riuscirà lui a convincere i suoi ad accordarsi con i “dem”, non resterà che prenderne atto e chiudere definitivamente il discorso. Il Capo dello Stato ha fatto tutte le mosse che doveva fare, e forse anche più, per spuntare una a una le ipotesi sul tappeto. Ormai, esauriti i tempi supplementari, siamo ai rigori.

Escluso dunque il governo M5S-centrodestra per i veti di Di Maio a Forza Italia e a Silvio Berlusconi; escluso un governo centrodestra-Pd per i veti di Salvini; se verrà escluso anche il governo M5S-Pd per divergenze inconciliabili, sulla scrivania di Mattarella rimarrà solo una soluzione: quella di un governissimo, un “governo del presidente”, istituzionale, di salute pubblica, per affrontare le emergenze (politiche, economiche e sociali) e favorire l’approvazione di una nuova legge elettorale, in modo da tornare alle urne al massimo entro un anno. Magari con la partecipazione di tutti o almeno di tutti i “responsabili”, disposti a votarlo e a sostenerlo in Parlamento.

Chi può garantire che, almeno sull’obiettivo minimo di una riforma elettorale, si troverà un accordo? Nessuno. È facile prevedere, anzi, che non si troverà. Ecco, allora, la proposta di riadottare il Mattarellum, l’ultima legge elettorale costituzionale, come qui avevamo già anticipato nelle settimane scorse: 75% di maggioritario a turno unico e 25% di proporzionale con liste bloccate. Non ce ne sono di migliori? Sì, certamente. Ma, come avvertiva il politologo Vanni Sartori, non esiste una legge elettorale valida per tutti i Paesi in ogni tempo. E questa, se non altro, è la soluzione più praticabile per avere finalmente un governo che governi per tutta la legislatura.

 

 

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