Trump attratto dal gioco della roulette russa? È ancora un pericolo per il mondo, almeno fino al 20 gennaio…Un colpo in canna?

di Ricardo Preve
Pubblicato il 3 Gennaio 2021 9:44 | Ultimo aggiornamento: 2 Gennaio 2021 19:26
Trump attratto dal gioco della roulette russa? È ancora un pericolo per il mondo, almeno fino al 20 gennaio…Un colpo in canna?

Trump attratto dal gioco della roulette russa? È ancora un pericolo per il mondo, almeno fino al 20 gennaio…Un colpo in canna?

C´è chi dice che quando il Presidente Trump è salito sull’ “Air Force One” il 23 dicembre per raggiungere la sua villa a Mar-a-Lago in Florida, (rendendo così inevitabile a Washington il fallimento del pacchetto di misure economiche contro il Covid, e il blocco della legge per i fondi a favore della difesa nazionale), abbia intrapreso il primo passo dell’attesa mutazione da presidente in carica a candidato per le elezioni del 2024.

La teoria è che Trump abbia finalmente accettato la realtà della sua sconfitta nelle elezioni presidenziali e preferisca ritirarsi nella roccaforte della sua dimora in Florida.

A dimostrazione del suo stato di “outsider” rispetto a Washington. Piuttosto che perdere l’immagine di uomo del popolo che lotta contro l’”establishment” della capitale degli USA.  Questa fu l’immagine che lo portò al successo nelle elezioni del 2016. Ed è anche il prisma attraverso il quale continuano a vederlo molti dei suoi seguaci più accaniti. Un uomo come loro. Bianco, semplice (per non dire primitivamente ignorante). Profondamente nostalgico dei tempi in cui ad ogni nuova generazione gli americani accedevano a macchine più grandi, hamburger più spessi, e case più lussuose di quella precedente. 

Nostalgia degli anni ’40

Una volta un giornalista, facendo riferimento allo slogan “Make America Great Again” (facciamo nuovamente grande l’America) usato dall’allora candidato Trump, gli chiese “quando” egli ritenesse che l’America fosse stata per ultima volta davvero grande. La risposta disse molto sulla visione del mondo che ha Trump. Secondo lui l’America doveva ritornare alla fine degli anni 1940. Quando, nel ruolo di recenti vincitori della Seconda Guerra Mondiale, gli Americani regnavano incontrastati sugli affari del pianeta.

Alcuni analisti politici vedono in questa fuga di Trump da Washington, in un momento di dibattiti cruciali per il futuro del Paese, una strategia orchestrata per un suo futuro ritorno al potere. Una volta esaurito il primo mandato di Biden, nel ruolo di leader delle masse popolari. Il fatto di tenersi completamente al di fuori delle attuali negoziazioni legislative, (dal cui esito dipende il futuro di milioni di cittadini che aspettano una soluzione ai propri problemi) permetterebbe a Trump ricostruire il suo futuro politico.

Un po’ come Schettino in occasione del naufragio della Costa Concordia, Trump preferisce allontanarsi dal collasso della sua amministrazione. Non vuole essere presente quando la nave si inabissa, ma piuttosto fare come il generale americano Douglas Mac Arthur alle Filippine nel 1942. Costretto dalla fulminea avanzata delle forze giapponesi ad abbandonare la fortezza di Corregidor, Mac Arthur disse: “Torneremo”. Ed infatti, qualche anno dopo Mac Arthur ritornò, con poteri quasi illimitati.

Trump statista? Sempre più irrazionale

Ma questa figura di Trump in veste di statista pensante e razionale, di stratega politico a lungo termine. Di uomo che tutela gli interessi del suo partito Repubblicano al di là di una momentanea sconfitta elettorale, si scontra con la realtà giornaliera. In cui il sempre decrescente numero di assessori politici ancora non mollano i loro incarichi alla Casa Bianca. Molti fra di loro hanno cominciato a rivelare a emittenti e/o testate giornalistiche, quali la CNN o MSNBC, per le quali non nutrivano che disprezzo agli albori della presidenza Trump, una crescente preoccupazione per il comportamento sempre più irrazionale del presidente, nella speranza che le loro dichiarazioni servano a moderare i comportamenti più estremi di Trump.

Non voglio esagerare la serietà della situazione. Dopo tutto, la macchina istituzionale americana, come è parso evidente con le elezioni del 3 novembre scorso, si è rivelata sufficientemente robusta per resistere alle disperate manovre di Trump mirate a invalidare i comizi. Sia presso la Corte Suprema sia presso tanti altri tribunali statali e federali in tutto il Paese. I processi ed appelli sono stati respinti. Sia quelli promossi da Trump. Sia dal suo fedelissimo scudiero Rudi Giuliani, ex sindaco di New York. Recentemente tornato alla ribalta per lo scioglimento della tintura dei capelli sotto il calore delle luci durante una conferenza stampa.

Trump chiede un danno a tutte le future elezioni

Cito le parole del giudice Brian Hagerdorn della Corte Suprema dello Stato del Wisconsin (uno degli stati in cui gli avvocati di Trump hanno cercato di invalidare i risultati delle elezioni che davano come vincitore a Biden). Nel rifiutare le argomentazioni di Trump, si è così espresso. “Le misure richieste dall’accusa sono la più drammatica invocazione dei poteri della giustizia che io abbia mai visto. L’accoglimento in sede giudiziale di queste richieste, costruite su una così debole base legale, farebbe un danno incancellabile a tutte le future elezioni.”

Detto questo, resta il fatto che nell’ultimo mese della sua presidenza Trump ha ancora tempo per fare danni alla stabilità non solo degli Stati Uniti, ma del mondo intero.

Cosa succederebbe se, invece di una strategia pensata freddamente per rilanciarsi nel 2024 come candidato, Trump fosse in realtà un novello Hitler. Che, rinchiuso in un bunker più virtuale che fisico (sebbene io abbia la tentazione di comparare il suo complesso residenziale in Florida al famoso “Nido d’Aquila” del dittatore tedesco nelle Alpi), ha deciso che dopo di lui debba rimanere solo il diluvio?

Chi ci può assicurare che non dedichi le sue ultime settimane al potere a veder bruciare il mondo, come Nerone di fronte a una Roma ardente? Il collasso dell’economia americana, i milioni di disoccupati che attendono un prolungamento delle cassa integrazione, le centinaia di migliaia dei suoi (miei) concittadini morti per il Covid…

La possibilità di una evoluzione catastrofica della realtà può scatenare in un uomo così vanitoso, narcisista, egocentrico, e profondamente ignorante della realtà internazionale. In ossequio al famoso detto “ignorante ed orgoglioso di esserlo” dei “rednecks”, gli uomini bianchi del profondo sud della campagna americana. Un sentimento di distacco da essa, distacco che, ai suoi occhi, lo assolve da ogni responsabilità di prendere decisioni. 

Cosa può accadere da oggi al 20 gennaio?

Cosa possiamo aspettarci fra oggi e il 20 gennaio, data in cui è atteso che Trump lasci la Casa Bianca a favore di Biden? Solo un blocco delle leggi attese con urgenza da tutti per risolvere una situazione gravissima? Ancora l’elargizione di nuove grazie ai suoi amici e parenti, come quelle già annunciate prima di Natale?

Oppure dobbiamo preoccuparci di cosa potrebbero proporgli di fare i personaggi oscuri che si vedono ormai tutti i giorni all’Oval Room. L’ex generale Michael Flynn, già condannato per aver mentito alla giustizia sul suo ruolo con le spie di Putin. E pronto a incoraggiare Trump a dichiarare la legge marziale e invalidare così le elezioni con la forza delle armi …

L’avvocato Sidney Powell, sobillatrice di teorie di cospirazioni internazionali che piazzano nelle mani del defunto dittatore venezolano Hugo Chavez la vittoria di Biden … Oppure Steve Bannon, vero e proprio Rasputin dei nostri tempi, artefice dei più sporchi giochi della recente politica americana. 

Cederà Trump ai consigli di questi funesti personaggi. E cercherà, malgrado tutto, di rimanere al potere dopo il 20 gennaio? Forse invocando elementi delle forze armate, o delle milizie di separatisti bianchi che tanto lo appoggiano? Oppure organizzando un governo parallelo da inaugurarsi lo stesso giorno dell’ingresso di Biden?

Con Trump, tutto è possibile. 

Siamo di fronte a un presidente che, tutti i giorni, mette un colpo in canna in un revolver, fa girare all’azzardo il tamburo dell’arma, ce lo punta in testa… e preme il grilletto. 

Ricardo Preve è un regista di cinema italo-argentino, residente in Virginia negli USA dal 1976. Suo figlio Alex Preve ha lavorato alla Casa Bianca durante la presidenza di Barack Obama.