“Dottorando in Usa, ma poi ti assumono lì?”. Solo se serve e mai proprio “lì”

di Andrea Bini
Pubblicato il 25 Giugno 2012 15:50 | Ultimo aggiornamento: 25 Giugno 2012 15:50

Il Golden Gate di San Francisco (Ap-LaPresse)

SAN FRANCISCO (CALIFORNIA) – Quando sono in Italia mi chiedono tutti di come funziona l’università americana,  quella “cosa” dove lavoro. E sono tristemente contenti quando confermo che, ebbene sì, è più o meno meritocratica come immaginano. Il problema è che la cultura antimeritocratica e paramafiosa di cui gli italiani sono imbevuti si nasconde nelle pieghe logiche più impensabili.

Un piccolo esempio è la domanda che praticamente tutti, amici parenti ed affini, mi hanno fatto quando stavo per finire il Ph.D. (il dottorato): “Ma ci sono speranze che ti assumono lì dove sei?”

Mi toccava spiegare pazientemente due concetti semplici e basilari. Il primo riguarda l’imperativo di muoversi, di cambiare aria e cercarsi lavoro altrove una volta terminati gli studi, il che evita il formarsi di coaguli perversi di nepotismo e figliocci vari. Qui c’entra anche la mentalità ancora pionieristica della società americana (opposta alla nostra familistica) che spinge a muoversi per fare esperienze in luoghi diversi e lontani. Insomma te la devi cavare da solo, senza l’aiuto della famiglia o di padrini.

Faccio notare che nelle università americane — almeno nelle facoltà umanistiche che conosco meglio — il rapporto perverso fra professore e assistente-portaborse tipico dell’Italia non si forma proprio, perché i dottorandi non lavorano sempre per lo stesso professore ma ruotano continuamente. Non si crea nessuna relazione speciale di sottomissione fra lo studente ed il proprio relatore di tesi (quando sento da colleghi italiani che chiedono permesso al “loro” professore per andare a conferenze o mandare articoli a riviste accademiche rimango basito).

Il secondo concetto che sfugge ai miei interlocutori italiani è di natura squisitamente pratica, per cui l’eventuale aprirsi di un posto di insegnamento dipende da un bisogno oggettivo.

Ad esempio, mettiamo che il mio campo di studi sia Dante, il dipartimento dove mi sto dottorando ha necessità di un dantista? Risposta ovvia: no, perché ne ha certamente già uno, il mio relatore (se così non fosse non sarei lì a lavorare su Dante). Dovrei sperare che gli venga un coccolone appena termino il Ph.D (e che il rettore metta subito a disposizione i fondi per assumere un nuovo dantista), ma in questo caso scatta il primo concetto per cui non avrei molte speranze di essere assunto. E questo anche se in fondo non sarei più il “figlioccio” di nessuno, visto che il mio relatore è scomparso!

Tutto questo per dire che la mancanza di meritocrazia tipica dell’università italiana non significa solo selezionare secondo criteri di fedeltà invece che di qualità. Non solo non si sceglie il migliore per una data posizione, ma questa stessa posizione non nasce da un bisogno didattico-scientifico reale, ma viene creata intono alle caratteristiche del raccomandato di turno. E allora potremmo trovare un dipartimento zeppo di dantisti, per la gioia degli studenti…