Venezuela: lì Di Maio e Salvini porteranno l’Italia se Mattarella, utima spiaggia…

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 16 marzo 2018 11:43 | Ultimo aggiornamento: 16 marzo 2018 11:43
Elezioni 2018. Venezuela: lì Di Maio e Salvini porteranno l'Italia se Mattarella, utima spiaggia...

Venezuela: lì Di Maio e Salvini porteranno l’Italia se Mattarella, utima spiaggia… (nella foto, Giuseppe Turani)

ROMA – “Il Venezuela è vicino” è l’allarme che lancia Giuseppe Turani in questo articolo pubblicato anche su Uomini & Business.

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Che invoca come “ultima spiaggia” il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma non nel senso auspicato dal partito delle palle lesse, che storca il braccio al Pd e favorisca un governo del Movimento 5 stelle. Anzi: che impieghi mesi, anni per le consultazioni. Intanto, Gentiloni…

Come previsto, siamo finiti in una melma putrida e fangosa che potrebbe anche sfociare in una sorta di Venezuela in salsa mediterranea (alleanza Salvini-Di Maio). Eppure c’è grande serenità. Lo spread non si muove e anche le Borse sono meno isteriche del solito.

Una prima spiegazione deriva dal fatto che i mercati, in silenzio, hanno anche sperato in un accordo grillini-Pd, con un Pd in grado di stemperare la folle grilline. Ma ormai anche i mercati hanno capito che è tempo perso e quindi i fattori sono diversi.

1- Il primo e il più importante sbarramento anti-disastro si chiama Mattarella. È un uomo saggio e quindi si suppone che le sue consultazioni per la scelta del premier indicato possano durare mesi, forse anche anni con l’intermezzo di qualche tentativo andato a vuoto. È un uomo esperto, lunga pratica dentro la Dc, dovrebbe sapere come si fa. Posso sbagliare, ma credo che il suo piano sia appunto questo, identico a quello di mia zia: quando non sai cosa fare, lascia scorrere il tempo.

2- La seconda ragione, quasi da vincita al Totocalcio, si chiama Matteo Salvini, forse il più scombinato dei nostri aspiranti premier.

Salvini ha un problema-chiave: se porta avanti il dialogo con Luigi Di Maio e fa un governo con lui, non sarà mai premier e finirà probabilmente all’agricoltura o allo sport. Infatti, fino a quando sta con Berlusconi ha alle spalle un buon 37 per cento, se se ne va per conto suo con Di Maio ha solo un misero 17 per cento, quasi la metà dei grillini, gli toccherà quindi uno strapuntino di seconda classe nel governo Di Maio (sempre che questo altro personaggio capisca come si può fare a farlo).

D’altra parte, l’eventuale “fuga” di Salvini avrebbe molti vantaggi, compreso quello che non ha prezzo di liberare il centro destra di una coloritura razzista e xenofoba, che chiaramente non gli appartiene. Via Salvini (seguito dal suo clone Meloni), avremo finalmente un centro destra pulito, con il quale sarebbe anche utile e piacevole  dialogare e fare cose.

3- Ma il problema vero rimane il Pd. Sui social sembra esserci una gara: rivogliamo Renzi, senza Renzi qui non si combina niente. Sono grida isteriche di bambini.

Renzi è in politica, è senatore e deciderà lui che cosa fare da grande.

Il problema, ripeto, rimane il Pd. O questo partito fa una netta svolta liberal-democratica, ma talmente forte che Emiliano deve sentirsi vergognare a stare ancora lì dentro oppure continua a fare melina: un po’ avanti e un po’ indietro. Un po’ di Calenda e un po’ di Delrio e Franceschini. In questo caso, mettiamo in conto, serenamente e pacificamente, la sua rapida dissoluzione.

E, a quel punto, la ricostruzione di una politica decente in Italia, senza più un partito come il Pd liberal-democratico, sarebbe davvero un problema, forse di impossibile soluzione.

E il Venezuela sarebbe più vicino, con conti pubblici scassati per i prossimi 90 anni, meccanici, cassieri e disoccupati al volante del governo. E personaggi come Zagrebelsky, onusti di pensioni intoccabili, a bordo campo a godersi lo spettacolo di un Paese che finalmente si sfascia.

 

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