Venti di guerra, danni economici? La storia insegna…

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 27 Novembre 2015 7:03 | Ultimo aggiornamento: 26 Novembre 2015 19:20
Venti di guerra, danni economici? La storia insegna...

Venti di guerra, danni economici? La storia insegna… (foto Ansa)

ROMA – Giuseppe Turani ha pubblicato su Uomini & Business un articolo intitolato Venti di guerra. BlitzQuotidiano vi propone l’articolo integrale:

Ci si domanda, ed è una domanda lecita, se gli atti di terrorismo e i venti di guerra che spirano sul Mediterraneo faranno danni economici seri e riusciranno a minare il nostro modo di vivere. A entrambe le questioni la risposta è no.

Il terrorismo non vince mai. Chi lo pratica è perché è debole. Tutto quello che può fare è costringere gli altri a chiudersi in difesa (prima di passare all’attacco). Pochi esempi. I palestinesi fanno da decenni atti di terrorismo contro Israele, ma Israele è sempre lì e non ha alcuna intenzione di andarsene o di alzare la bandiera bianca.

Quando Bin Laden assaltò le Twin Towers a New York, abbattendole, sembrò che la supremazia e la grandezza degli Stati Uniti fossero alla fine. Invece non è successo niente. Semmai è stato Bin Laden a perdere la vita e la sua organizzazione a dissolversi.

Si può solo notare che ha fatto più danni la crisi dei titoli sub-prime di qualunque atto terroristico internazionale. Naturalmente, ogni soggetto che si infila sulla strada del terrorismo è convinto che, alla fine, con la paura riuscirà piegare i suoi avversari. Ma non è vero. I paesi occidentali moderni hanno ormai messo a punto diverse tecniche (schedatura delle persone, controllo dei movimenti di capitale, intercettazioni su scala planetaria, ecc.) per cui alla fine riescono a resistere e, in qualche caso, anche a passare all’offensiva, come è successo con Bin Laden (che doveva servirsi solo di messaggeri con lettere a mano perché ogni suo apparato elettronico sarebbe stato intercettato e lui localizzato nel giro di pochi secondi).

Sul piano militare, insomma, il terrorismo non funziona. Fa danni, ma non consegue mai alcuna vittoria.

Rimane allora la parte economica. Ma anche questa sembra essere una favola, un falso spettro. Dopo l’assalto alle Twin Towers le Borse di tutto il mondo hanno tremato per circa un mese e poi sono ripartite tranquillamente per la loro strada e quell’attacco non ha lasciato dietro di se danni permanenti (se non i due grattacieli abbattuti e tre mila morti).

Oggi, con gli attacchi dell’Isis a Parigi e altrove, sta accadendo la stessa cosa. Le Borse sono in una fase instabile: un po’ su e un po’ giù. Ma basta poco per capire che si tratta di movimenti “interni”: gli operatori più svegli approfittano delle cattive notizie per movimentare un po’ i listini e guadagnare qualche soldo. Ma lo fanno sempre, anche quando ci sono delle catastrofi naturali: è il loro lavoro. Le Borse, insomma, sono più in ansia per quello che deciderà la Federal Reserve americana sui tassi di interesse che per le notizie dei telegiornali.

Sul piano dell’economia vera e propria i danni sono inesistenti. Per la semplice ragione che gli attacchi terroristici non hanno danneggiato alcuna struttura produttiva. Non hanno colpito fabbriche, uffici, o reti di comunicazione (elettronica, stradale e ferroviaria). La Francia e il Belgio sono esattamente quello che  erano un mese fa e, salvo qualche pausa nei primi giorni, hanno ripreso a lavorare nello stesso modo.

Ma, si dirà, almeno il turismo soffrirà molto. Non è detto. Ci può essere qualche settimana o mese di pausa, qualche paese particolarmente esposto che viene evitato, ma i turisti continueranno a volare intorno al globo. E’ successo persino  con Sharm el sheik, in Egitto, un luogo non propriamente tranquillo. Dopo un po’ di prudenza, a ridosso di qualche scontro militare, i turisti si sono rifatti vivi. In ogni caso, si tratterebbe di danni limitati a una zona o a un paese.

Anzi, molto cinicamente, si può dire che gli atti di terrorismo, alla fine, si trasformano in incentivi economici. Immediatamente perché vanno rafforzati i sistemi di sicurezza. Più tardi ancora di più perché ciò che viene distrutto di solito poi va ricostruito.

Più complesso il conflitto, recentissimo, fra Turchia e Russia. Stampa e telegiornali fanno il loro lavoro e quindi parlano di possibile conflitto armato. I meno riflessivi parlano addirittura di terza guerra mondiale (o di quarta, calcolando che la terza sarebbe stata la guerra fredda). Ma naturalmente non c’è e non ci sarà alcuna guerra mondiale. Quello, ormai, è un capitolo chiuso.

Il mondo occidentale non è semplicemente in grado di affrontare un’eventuale guerra su larga scala: non la vuole nessuno. E anche paesi una volta poveri, come Cina e India, non sarebbero in grado di affrontare un conflitto armato molto esteso, al massimo qualche conflitto locale e limitato.

In sostanza, non è dal terrorismo o da guerre immaginarie che vengono i pericoli per il nostro paese e per tutti gli altri. I pericoli vengo o dal non sapersi riformare abbastanza in fretta o dal non saper vigilare adeguatamente su quello che accade nel mondo della finanza. L’ho scritto più sopra, ma giova ripeterlo: ha fatto più danni la crisi dei sub-prime di tutti i terrorismo del mondo.

Quindi tutto va avanti nel consueto modo e non resta che lavorare e essere un po’ migliori. L’importante è non dare retta ai profeti di sventura. Nel giro di qualche settimana l’Isis verrà cancellata dalla faccia della terra e il mondo scoprirà di essere piano di problemi, ma anche un bel posto dove vivere.