Accordo Sky-Mediaset, le istituzioni non stiano a guardare

di Vincenzo Vita
Pubblicato il 5 aprile 2018 5:26 | Ultimo aggiornamento: 4 aprile 2018 23:02
pay tv accordo Mediaset Sky

Pay tv, le istituzioni non stiano a guardare. Nella foto Ansa: gli studi Sky della nuova sede di Milano

ROMA – Vincenzo Vita ha pubblicato questo articolo anche sul manifesto del 3 aprile con il titolo “le istituzioni non stiano a guardare”.

La pay tv è diventata per i media lo strumento fondamentale per acquisire risorse, visto che gli altri introiti –la pubblicità e i canoni dei servizi pubblici- sono destinati a diminuire piuttosto che ad aumentare. L’accordo tra Sky e Mediaset risponde, dunque, ad una doppia esigenza: il gruppo di Berlusconi ha bisogno di limitare le perdite dell’offerta Premium e Rupert Murdoch deve consolidarsi in Italia, dove ha ancora margini di sviluppo.

Entrambe le società vivono un momento delicato. Il Biscione sogna di trovare un attracco strategico, perché i suoi anni d’oro sono ormai alle spalle; e il tycoon anglo-australiano ha l’esigenza di tener botta agli spiriti aggressivi che lo circondano, dallo stesso socio di riferimento 21st Century Fox intenzionato a salire al 100% del controllo alla rivale Comcast in gara per l’acquisizione. La famiglia Murdoch ha risposto attraverso accordi importanti come quelli con Netflix (distributore in rete di programmi, 117 milioni di abbonati in 190 paesi) e con la leggenda di Walt Disney.

L’offensiva italiana ha come avversari i francesi di Vivendi: i precedenti fidanzati di Mediaset ora in lite con Fininvest, nonché alle prese con l’arrivo del fondo americano Elliott che ha messo in crisi la scalata in Tim-Telecom. Un matrimonio di necessità, insomma, volto a mettere in scena un’unica televisione a pagamento, per acquisire utenti “profilati” e denaro fresco utile per aggiudicarsi diritti e contenuti. L’accordo, siglato nella serata di venerdì scorso, verrà giudicato dalla Borsa solo oggi, perché il periodo festivo ha allentato pressioni e polemiche.

Sky si prende un bel gruzzolo di programmi (nove canali più un paio di altri, per cominciare), incrementa la presenza nel digitale terrestre (ne farà le spese Rainews?), le tre reti generaliste di Mediaset tornano sulla piattaforma satellitare da cui erano scese nel 2015 con vibrante polemica, e da giugno partirà l’integrazione vera e propria, con un bel valore aggiunto di eventi sportivi. Anzi. Nello sport sta tanto il capitolo pregiato della vicenda quanto il suo punto debole. C’è da dubitare, infatti, che la società catalana “Mediapro”, che si è aggiudicata il calcio della prossima serie A, possa accettare l’inevitabile ribasso in una vendita non più molto profittevole, per l’assenza di concorrenti.

E qui potrebbe succedere l’imprevisto, perché le logiche di mercato sono feroci e spietate. E neppure è immaginabile che Bolloré si faccia scippare l’affare della pay europea senza reagire. Del resto, Murdoch e Berlusconi sono da sempre amici-nemici. Al di là dei competitori e della corsa a comprare programmi, sport, film e fiction, è augurabile che ci sia un giudice a Berlino: né silente né distratto. La normativa di settore, come ha giustamente ribadito la federazione nazionale della stampa, fa acqua da tutte le parti. Del resto, la legge Gasparri del 2004, sussunta nel Testo unico dell’anno successivo, fu immaginata per tutelare i canali berlusconiani e per declinare il passaggio all’era digitale in modo da non disturbare il manovratore. Per di più, è una normativa completamente desueta, oltre che contraria al pluralismo e prima ancora alla decenza. Comunque, speriamo che nel nuovo parlamento si levi qualche voce al riguardo e si voglia riaprire il capitolo.

In fondo, il nuovo presidente della Camera Roberto Fico si è abbondantemente reso conto dello stato delle cose reggendo la commissione di vigilanza nella passata legislatura. Ma è bene sottolineare che già ora c’è materia per le istituzioni (Europa a parte), immediatamente chiamate in causa: Antitrust (peraltro in scadenza) e Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Non vi è dubbio, infatti, che l’accordo in questione –se si realizzasse- sarebbe un’intesa concentrativa. Dura e pura. L’ipotetica concorrenza soccomberebbe o verrebbe ridotta a testimonianza. Il quadro è chiaro, e stupisce che i protagonisti non abbiano considerato l’improbabilità giuridica del matrimonio. Né nel vecchio continente, né negli Stati Uniti ci sarebbe un facile semaforo verde. Il sistema dei media italiano, però, è così ottenebrato dal conflitto di interessi e dalle culture “mono-duopolistiche” da considerare le regole un puro optional. E non si venga a dire che ancora non c’è nulla di formale. L’effetto-annuncio ha esiti prevedibili. E’ urgente, quindi, una presa di posizione tempestiva e adeguata, per non assistere inerti al fatto compiuto. E la Rai? Gioca ormai in un campionato minore senza un piano industriale?

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