Agcom, basta una parola

di Vincenzo Vita
Pubblicato il 23 Gennaio 2020 9:10 | Ultimo aggiornamento: 23 Gennaio 2020 9:10
Agcom, basta una parola

Agcom, basta una parola (Foto Ansa)

ROMA – La prossima domenica si voterà in Emilia-Romagna e in Calabria. Passaggio cruciale della politica italiana.

Data la delicatezza della scadenza, servirebbe una “par condicio” rafforzata. Neanche per idea.

Dopo il trimestre settembre-novembre, in cui si era registrato uno squilibrio clamoroso nelle presenze televisive a favore di Matteo Salvini, dicembre è stato altrettanto iniquo.

Sul trimestre che ha segnato – tra l’altro – l’esordio del governo giallorosso (con la Lega all’opposizione) l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni aveva inviato comunicazioni di richiamo alla Rai, a Mediaset, a Sky e a La7, con un curioso ritardo: il 30 dicembre, a conclusione di un periodo non meno inquietante.

Tant’è che lo scorso 17 gennaio l’Agcom ha deliberato contro le stesse emittenti per la medesima violazione del pluralismo.

Certamente il problema è serio, ma l’Agcom dovrebbe pure interrogarsi sul perché le sue direttive rimangono senza applicazione, per di più da parte di tutti i protagonisti dell’etere. Un’Autorita’ senza autorità, si potrebbe dire, se il peccato è costante e comune.

Non solo. Il comunicato che illustra le delibere di richiamo (a ieri queste ultime neppure pubblicate sul sito) fa riferimento al periodo “dicembre 2019-febbraio 2020”, ma non parla di “riequilibrio”, bensì di “un’informazione equilibrata”.

Insomma, ciò che è avvenuto fa parte del passato, e domani è già un altro giorno. “Le parole necessarie” si chiama un felice volume di Giuseppe Pontiggia. E “riequilibrio” significa rovesciare l’ordine delle proporzioni alterate, mentre un generico “equilibrio” significa tutt’altro. E si vota tra qualche giorno, ribadiamo.

Se vi fosse un effettivo “riequilibrio”, partito democratico e 5Stelle, nettamente sottostimati (Liberi e uguali o i radicali ridotti a quasi niente) dovrebbero ottenere almeno il doppio del tempo di Matteo Salvini.

Peccato che a poche ore dalla grida dell’Agcom, la scorsa domenica sera si poteva assistere a una non stop del capo leghista con tanto di pizze cotte in diretta nel forno: nel talk “L’Arena”. E la sera successiva “Quarta Repubblica” ospitava con grande generosità la leader di Fratelli d’Italia”, decisamente sospinta dai media, in chiave di lotta di egemonia nelle destre.

Alla vigilia (si voterà il 18 febbraio) della scelta da parte del parlamento dei componenti dell’Agcom e dell’ufficio del Garante per la protezione dei dati personali, una riflessione è d’obbligo. In specifico sull’istituzione prevista con enormi speranze dalla legge n.249 del 1997: sul sistema radiotelevisivo non è riuscita a praticare le previsioni normative.

E la legge sulla “par condicio” del 2000 è finita in soffitta. La legge n.28 -se mai- meritava una segnalazione rivolta alle Camere, volta a richiedere un aggiornamento sulla situazione degli Over The Top, da Facebook in poi: territorio dove non c’è alcuna regola, salvo quella sul copyright. Per il resto avviene di tutto, a dispetto dei santi e dei regolatori.

E’ augurabile che i futuri componenti delle autorità riescano a rappresentare il meglio che l’Italia pure sarebbe in grado di esprimere. Purtroppo, dai nomi che girano non c’è molto da sperare.

E’ doveroso chiedere un monitoraggio quotidiano delle presenze politiche in televisione, con attenzione particolare rivolta alle trasmissioni extra-tg, quei programmi in cui tra le urla contro i migranti e l’ammiccamento ai bassifondi della cultura di massa si forma l’opinione elettorale.

Meglio la piazza reale, con i corpi che si parlano direttamente, come dicono le Sardine, l’unico fenomeno capace di fare un uso antimediatico dei media.