Rai, governo alla conquista della tv di Stato…Verrà un giorno

di Vincenzo Vita
Pubblicato il 2 Aprile 2015 12:30 | Ultimo aggiornamento: 2 Aprile 2015 12:31
Foto d'archivio

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ROMA – Vincenzo Vita ha scritto questo articolo dal titolo “Il governo alla conquista della Rai”, anche sul numero di aprile della rivista “Confronti”:

“Verrà un giorno…”, diceva ne “I promessi sposi” Fra Cristoforo. E chissà se verrà mai un giorno in cui la questione della Rai assurgerà al rango di grande vicenda industriale, tecnologica e culturale. Già, perché –come sottolineò lucidamente Raymond Williams nel 1974- la (radio)televisione è tecnologia e forma culturale. Tuttavia, speranze e profezie non trovano spazio nella concreta discussione in corso. Il disegno del Governo Renzi è molto, molto di meno. Per riprendere la “leggerezza” di Calvino, si tratta di “sottrarre peso” ad annunci e descrizioni, separando la sostanza dall’accidente: il poco che rimane è limitato e terribile.

Il baricentro del testo è di fatto uno solo: la conquista da parte dell’Esecutivo della romana cittadella di viale Mazzini. Una vera e propria controriforma. Un grottesco (oltre che pericoloso) viaggio a ritroso nel tempo: si spostano indietro i calendari di quarant’anni. A prima della legge n.103 del 1975 che –invece- riformò davvero l’azienda: indirizzo e vigilanza al Parlamento, decentramento ideativo e produttivo, ricerca del pluralismo. Certamente, quest’ultimo via via degenerò nella “lottizzazione” e in parte venne meno lo spirito dei primi anni settanta. Un vasto movimento (dall’Arci, alle Regioni, alla mediologia dell’epoca, a partire dal compianto Giovanni Cesareo) aveva allora portato ad un articolato normativo che, comunque, è ancora un solido punto di riferimento. Malgrado l’ingerenza dei partiti. Intendiamoci, pur in quel clima di soggezione, si trovarono a dirigere reti e testate personalità del calibro di Sergio Zavoli, Andrea Barbato, Emanuele Milano, Massimo Fichera o Angelo Guglielmi, per citarne alcuni. Insomma, guai a cancellare con un tasto del computer ogni memoria e i significativi insegnamenti del passato.

Ora, se mai, si dovrebbe fare un salto in avanti. La Rai va ripensata e forse rovesciata come un calzino, ma non accedendo al controllo diretto del servizio pubblico da parte del Governo . Oggi, in assenza -tra l’altro- di un sistema politico come quello che ci consegnò il dopoguerra, non cadremmo neppure in purgatorio, bensì direttamente all’inferno. Una Rai sotto l’egida del “Partito della Nazione”, che si erge a dominus generale

con la revisione della Costituzione e l’Italicum, diventerebbe un elemento chiave di un inquietante pensiero unico. Ecco, allora, perché è doveroso lanciare un allarme. Siamo in un paese privo di contrafforti, di bilanciamenti dei e tra i poteri. Non c’è una seria disciplina dei conflitti di interesse, manca soprattutto nei media un quadro giuridico antitrust; la politica sì è fatta comunicazione e quest’ultima con Berlusconi ha assunto un ruolo politico im-mediato. Senza regole, se non la bruttura della legge Gasparri. Se pure l’azienda pubblica perdesse definitivamente le residue parvenze dell’autonomia e dell’indipendenza, i rischi di regime si appaleserebbero davvero. Si mediti su tale deriva, senza pre-concetti, con animo libero e critico.

E poi, come è possibile che all’alba del maggiore cambiamento di natura del capitalismo, egemonizzato in profondità dalle componenti finanziarie e cognitive, non si immagini un futuro per la Rai all’altezza del presente-futuro? L’universo “crossmediale”, figlio del matrimonio tra telefoni e radiotelevisione, tra cavi-fibre e onde hertziane, vive una condizione densa di opportunità, ma altrettanto segnata da rischi incombenti. Il monopolio dell’era digitale è appannaggio di pochissimi gruppi sovranazionali, da Google, a Yahoo, a Facebook; le strutture della distribuzione e della logistica sono nelle mani potenti di Amazon; l’industria dei contenuti è un oligopolio difficilmente espugnabile essendo presidiato da tycoon come Murdoch. E, soprattutto; l’entrata in scena di una notevole varietà di piattaforme diffusive (che peccato mortale la storia di “RaiWay, che potrebbe essere mangiata dal concorrente) rende ancor più importante –non meno- la funzione del soggetto pubblico. Da intendere non come entità clientelare ed assistita, ma come strumento per l’accesso democratico dei cittadini al bene comune informazione.

Senza discriminazioni e senza accettare il “digital devide”. Insomma, non di sola “governance” vive l’uomo. Che il Governo accetti, almeno, il confronto parlamentare, dove sono depositati progetti francamente migliori.