Vincenzo Vita

La scomparsa della Rai: viceministro Antonello Giacomelli, deleghe in giallo

Antonello Giacomelli

Antonello Giacomelli, nuovo viceministro alle Telecomunicazioni (Foto Lapresse)

Vincenzo Vita ha scritto questo articcolo per il Manifesto.

Nelle pieghe delle deleghe annunciate per viceministri e sottosegretari (quando si abolirà questo termine?), risalta una novità anomala, che –data la materia- potrebbe persino tingersi di giallo.

Le competenze del nuovo viceministro del dicastero dello sviluppo Antonello Giacomelli sembrerebbero inerenti alle telecomunicazioni e alle frequenze: come mai quest’ultima specificazione? E l’audiovisivo, la Rai?

Immaginiamo pure che il vasto, decisivo tema della produzione culturale dell’era cross- mediale sia concertata con Dario Franceschini (…mettiamo il caso… come cantava Mina), ma il servizio pubblico radiotelevisivo che fine fa? Chi se ne occuperà? L’argomento è molto ghiotto e fa gola a tanti, visto che nel 2016 scadrà la concessione con lo Stato.

E ora la commissione parlamentare di vigilanza sta discutendo il testo del contratto di servizio, che curiosamente va a cozzare temporalmente proprio con la scadenza dell’atto di concessione. È vero che la bozza in corso d’opera è stata finalmente depurata dall’incredibile ‘bollino blu’, che avrebbe dovuto distinguere i programmi di servizio da quelli di mercato (?????), ma quando il documento sarà approvato diverrà forse il contratto più breve del mondo: entrata in vigore e scadenza potrebbero quasi coincidere.

Tant’è. Un altro contratto ultraprecario. Dietro le quinte si sentono i rumori e i passi nient’affatto felpati degli indomiti privatizzatori, veri “giapponesi” in trincea permanente, ancorché –almeno in Europa- l’era liberista mostri i suoi inevitabili acciacchi e la stessa direttiva in fieri sulle concessioni lasci autonomi gli stati membri proprio sul delicato capitolo del “broad-narrowcasting”.

Vale a dire le aziende pubbliche che trattano uno dei principali beni comuni nel passaggio all’era digitale e al connubio con la rete. Il servizio pubblico è, se possibile, ancor più importante oggi di ieri. È indispensabile avere massima attenzione, seguendo la regola di S.Benedetto, che dice al capitolo LXIV “..l’abate nelle stesse correzioni agisca con prudenza per evitare che, volendo rasciare troppo la ruggine, si rompa il vaso…” In breve: tutelare il nocciolo duro del servizio pubblico, cambiando con coraggio.

Tutto ciò richiede una strategia, un indirizzo impegnativo. Ecco, chi se ne occuperà nel governo presieduto da Matteo Renzi? Egli medesimo o la neo-ministra di rito confindustriale Federica Guidi, certo non malvista da Silvio Berlusconi? E Sky sembra aspettare sulla riva del fiume. Chissà se Giacomelli avrà già preso in mano il grottesco e amaro dossier della gara delle frequenze, cui si intitola la sua consacrazione.

Nelle deleghe formali ciò che sta scritto è essenziale, perché anche una virgola ha il suo peso. E l’assenza parla come (e più) della presenza. Quindi, come mai l’asset radiotelevisivo è implicitamente scomparso? Scelta o noncuranza? Che poi rischia di essere lo stesso, come fu negli anni novanta la devastante incapacità del centrosinistra di legiferare sul conflitto di interessi.

L’associazione “Articolo 21” ha da tempo promosso –insieme col Ministero della Pubblica istruzione- una sorta di concorso nelle scuole sull’idea di servizio pubblico in vista dell’appuntamento del 2016, un po’ come fa la Bbc con la redazione della “Royal Charter”. Così, l’attivissimo “Move on” sta lavorando ad una proposta di legge sul servizio pubblico, volta a restituirne il governo (altra supplica: si abolisca reaganiano “governance”) ai cittadini.

Il giallo della delega si risolverà con un semplice chiarimento? Meglio. Ma quanti indizi fanno immaginare un delitto perfetto…..

 

 

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