“Bad bank di sistema”: per Banca d’Italia garanzia di Stato, non soldi pubblici

di Warsamé Dini Casali
Pubblicato il 11 febbraio 2014 11:14 | Ultimo aggiornamento: 11 febbraio 2014 12:28
"Bad bank di sistema": per Banca d'Italia garanzia di Stato ma non soldi pubblici

“Bad bank di sistema”: per Banca d’Italia garanzia di Stato ma non soldi pubblici

ROMA – “Bad bank di sistema”: per Banca d’Italia garanzia di Stato ma non soldi pubblici. Il problema enorme del sistema bancario italiano (che non fa credito e quindi inibisce sul nascere ogni prospettiva di crescita quando non di sopravvivenza per le imprese) è forse semplice da capire: ogni 4 euro in prestiti erogati dalle banche, uno rappresenta un credito inesigibile, una partita deteriorata che inquina i bilanci e che in termini di sistema vale il 24% dei crediti (dati della Banca d’Italia a dicembre). Le soluzioni al problema sono più difficili da spiegare, perlomeno non sono immediatamente intuitive, come la “bad bank” proposta sia dalla stessa Banca d’Italia, con l’avvallo di Governo e Tesoro, o in via di definizione come quelle dei due maggiori gruppi bancari italiani, Unicredit e Intesa Sanpaolo.

“Bad bank di sistema”. La Banca d’Italia “non esclude” un intervento “ambizioso” per una bad bank di sistema. Ignazio Visco, il governatore, appena qualche giorno fa ha manifestato l’apprezzamento per un coinvolgimento dello Stato nell’approntare strumenti finanziari capaci di liberare credito attraverso la razionalizzazione dei crediti deteriorati. Sì ma come? Il presidente del Consiglio non si oppone alla creazione di una bad bank, il ministro del Tesoro si allinea ma precisando di non ritenere “necessario l’impiego di risorse pubbliche”.

Una bad bank è un veicolo finanziario per recuperare almeno parte dei crediti inesigibili. Una società compra il credito deteriorato a prezzi inferiori sperando di guadagnarci concedendo condizioni diverse, tempi più lunghi per il recupero crediti; nel frattempo la banca che ha venduto il credito deteriorato si libera dalla zavorra e può ricominciare a fare prestiti. Il punto è se quella società debba essere pubblica e quindi onerosa per il contribuente. Entrambe le opzioni sono state sperimentate con risultati a volte positivi a volte meno.

Cartolarizzazione dei crediti deteriorati a garanzia pubblica. Quello che ha in mente Banca d’Italia (nella versione prudente di Saccomanni) è una cartolarizzazione (l’emissione di pacchetti di titoli con dentro anche i crediti deteriorati che offrano un rendimento a garanzia pubblica). Nel breve termine, l’intervento diretto dello Stato, che con i soldi pubblici prende in carico la bad bank, sarebbe la soluzione più risolutiva per impedire il collasso certo delle banche.

Rischio debito sovrano. Nel medio/lungo periodo una presa in carico pubblica si risolverebbe in un aumento dello stock del debito sovrano con il rischio immediato di un abbassamento del rating dello stesso titolo: le conseguenze sono l’aumento del rischio Stato che si riflette sui rendimenti e l’impennata del rapporto debito/Pil. Cioè il protrarsi del circolo vizioso rischio-Stato uguale rischio-banca (banche che con l’acquisto massiccio di titoli di Stato a rischio insolvenza hanno minato i propri bilanci, finanze pubbliche aggravate dalla necessità di nazionalizzare istituti che hanno gonfiato di spazzatura i loro di bilanci).

Un favore alle banche? Al di là delle invettive ideologiche, resta il problema di fondo dell’ingessamento del sistema bancario gravato dall’ipoteca delle fondazioni (braccio economico dei partiti sul territorio) che controllano, spesso con percentuali azionarie irrisorie, le banche, evitando accuratamente di metterci i soldi e favorire le ricapitalizzazioni necessarie a consolidare i bilanci gravati dalle sofferenze. L’amministratore delegato di Bnl Fabio Gallia (mentre giurava che non avrebbe acquistato Mps, caso emblematico) sul Sole 24 Ore si diceva convinto che “la bad bank non risolve il credit crunch (stretta creditizia, ndr.), il sistema non tema le ricapitilazzazioni”.

Si augura cioè una via virtuosa per uscire dallo stallo: migliorare l’efficacia nel recupero dei crediti deteriorati, internazionalizzazione e ricorso al mercato dei capitali (la via opposta alle fondazioni, ndr.), riforme, crescita. In questo senso, la bad bank rappresenta al massimo un ripiego, una scorciatoia. Se inevitabile e non prorogabile (in effetti si fosse fatta prima cominceremmo a vederne gli effetti con patrimoni bancari in equilibrio se non già sul recupero della disponibilità a concedere prestiti) lo deciderà il Governo.