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Il bluff di Letta: partecipate, no dismissioni. Privatizzazioni, incassi magri

di Redazione Blitz
Pubblicato il 25 Novembre 2013 12:01 | Ultimo aggiornamento: 25 Novembre 2013 12:42
Il bluff di Letta: partecipate, no dismissioni. Privatizzazioni, incassi magri

Il bluff di Letta: partecipate, no dismissioni. Privatizzazioni, incassi magri

ROMA – Il bluff di Letta: partecipate, no dismissioni, privatizzazioni, incassi magri. Il tema delle privatizzazioni, strettamente legato agli esiti della spending review, mira a contenimento e riduzione progressiva del debito pubblico attraverso un dimagrimento significativo della presenza dello Stato: per ora di magro c’è solo la prospettiva di incassi del tutto inadeguati agli obiettivi che deriverebbero dal piano Letta. La cessione di beni pubblici o semi- pubblici (quote Eni, Sace ecc…) per contenere il debito dal 2014, come da programma presentato dall’Italia venerdì scorso a Bruxelles, è largamente insufficiente. Una “privatizzazione per finta”, secondo Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera.

L’intera operazione avrebbe dovuto portare a risparmi da 10/12 miliardi: è già tanto invece se ne verranno portati a casa per 4/5 miliardi. L’Europa aspetta a dare un giudizio ma certo, così stando le cose, ha già  messo nero su bianco che il debito 2014, al contrario degli annunci, aumenterà ancora perché la sua riduzione non va oltre uno striminzito 0,3% al massimo.

Non basta. Con un tratto di penna (l’emendamento all’articolo 15 della legge di stabilità in discussione al Senato) è stata cancellata la vendita obbligatoria delle società partecipate per le aziende dei Comuni fino a 50mila abitanti. Cancellata anche la privatizzazione programmata delle società strumentali, cioè quelle che lavorano quasi solo con la Pubblica Amministrazione controllante, e che la spending review varata nel 2012 dal Governo Monti chiedeva di vendere o chiudere entro il prossimo 31 dicembre.

In linea con le condizioni dettate dalla famigerata lettera Bce e recapitata a Berlusconi (e il cui contenuto prescrittivo non è mai cambiato) e causa del suo commissariamento prima della defenestrazione, è ancora urgente la liberalizzazione dei servizi: per diminuire le perdite dello Stato con le sue partecipate sempre in rosso, per aumentare il grado di competitività e favorire una diminuzione delle tariffe insieme al miglioramento dei servizi. Da Monti in poi si era lentamente proceduto ad affrontare la questione.

Eppure la lettera Bce (trascurando il fatto che venne redatta a Roma per convincere i riottosi alleati della Lega), alla fine esiziale per Berlusconi, prescrive esplicitamente la liberalizzazione dei servizi, la libertà di licenziamento, il blocco del turnover nella pubblica amministrazione e se non basta taglio degli stipendi pubblici: non c’è menzione, per esempio, di un più morbido controllo dei bilanci e accantonamento delle riserve in ragione degli ammanchi come invece previsto dal Governo Letta che ha sostituito le forbici con una bilancia.

Con il risultato che, mentre l’attenzione è tutta centrata sulle turbolenze sindacali nelle società partecipate dei grandi Comuni, dei piccoli non  si parla più e anzi restano in piedi a dispetto degli impegni presi. Nella guerra dichiarata (ma solo a parole) contro quella “multinazionale della partitocrazia” rappresentata da 7800 enti, 15 mld l’anno di stipendi, 19 mila amministratori, siamo già alla tregua, se non alla resa incondizionata.

Prima la super-riforma, che promette di smantellare migliaia di società degli enti locali, poi le proroghe e, alla fine, due righe di un emendamento per dire che «l’art. taldeitali è abrogato». Cioè: non si fa nulla. In Italia siamo abituati a questi pendoli, che mandano sottozero la credibilità della politica. Questa volta, però, è anche più grave, perché la rinuncia arriva mentre Genova, Roma, Napoli, Palermo sono travolte dalle partecipate, lontano dai capoluoghi, sono centinaia le aziende colabrodo su cui i riflettori nazionali non riescono ad accendersi. (corsivo del Sole 24 Ore di domenica 24 novembre)