La libertà di stampa dopo Wikileaks

di Stefano Corradino
Pubblicato il 29 Novembre 2010 12:42 | Ultimo aggiornamento: 29 Novembre 2010 12:42

“Incapace, vanitoso e inefficace come leader europeo moderno”: così gli Usa hanno apostrofato Silvio Berlusconi. E ancora: “Il presidente del consiglio italiano è fisicamente e politicamente debole”. Giudicati sospetti i suoi rapporti con Vladimir Putin di cui viene definito il “portavoce in Europa” uno con cui stipula “contratti energetici lucrativi”. E poi rivelazioni su Hillary Clinton, Sarkozy, Karzai, Gheddafi, Ahmadinejad… Sono i documenti svelati da Wikileaks l’organizzazione internazionale che riceve, anonimamente, documenti di carattere governativo o aziendale coperti da segreto e poi li mette in rete sul proprio sito web. Ed è allarme mondiale per il mondo politico ed economico. Giornali, tv, radio, siti internet si contendono il primato nella rapidità di pubblicazione delle notizie esclusive e si affrettano a raccogliere i commenti a caldo.

Ci sono notizie che hanno la capacità di immobilizzare la rete e monopolizzare l’attenzione generale. La tragedia delle twin towers o i cataclismi naturali, hanno sconvolto varie zone del mondo spingendo anche ai siti internet a pubblicazioni “monografiche” per giorni e giorni. Ma questo appare come il primo fenomeno di un mega dossier mondiale che lambisce tutta la rete, nato direttamente sulla rete.

Mentre siamo ancora in attesa di conoscere tutti i dettagli delle rivelazioni del sito web preso d’assalto in queste ore si discute la possibilità di oscurare Wikileaks o quantomeno di limitarne la diffusione. Sarà bene affrontare allora il tema della libertà della rete e dei tanti, troppi tentativi, palesi o surrettizi, di imbavagliarla.

Con lo stesso Wikileaks ci hanno già provato: lo ha fatto la corte americana nel 2008, imponendo al provider che controllava il dominio di Wikileaks, di disattivare l’url in seguito all’esposto di una banca svizzera che accusava il sito di diffamazione per aver pubblicato documenti relativi a presunte attività illecite (riciclaggio ed evasione) di un gruppo finanziario elvetico. Recentemente il Pentagono, ha esortato i media a “non facilitare la pubblicazione di documenti classificati” riguardanti la guerra in Iraq, con un chiaro riferimento all’annunciata pubblicazione di 400.000 dossier sul conflitto da parte di Wikileaks. In Russia hanno spiegato che il servizio federale di sicurezza e le agenzie di controspionaggio potrebbero provvedere a creare team competenti in grado di rendere per sempre inaccessibili siti come Wikileaks. In Australia ferve da mesi il progetto di un sistema di filtraggio che dovrebbe nascondere ai cittadini della rete quanto di inadatto ci sia online.

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In Italia di censura alla rete non si è mai parlato esplicitamente (del resto non è stata invocata in modo palese neanche nei confronti di programmi tv o giornalisti scomodi salvo poi essere stati cancellati dal video…) ma pullulano gli espedienti legislativi per tappare la bocca ai blogger e ai creatori di siti internet. Nel ddl intercettazioni permane a tutt’oggi la proposta di rendere obbligatoria la rettifica entro 48 ore dalla richiesta per i siti internet: la maggioranza ha infatti bocciato tutti gli emendamenti dell’opposizione che puntavano a sopprimere questa norma (comma numero 29 meglio noto come “ammazza-blog”) contenuta nel disegno di legge. La mancata rettifica avrebbe come conseguenza una sanzione fino a 13.000 euro. Un chiaro atteggiamento intimidatorio e fatale per la libertà della rete dal momento che un blogger amatoriale non può essere equiparato al direttore di un quotidiano nazionale. Una sostanziale aggressione nei confronti del pluralismo editoriale già profondamente sfigurato dai conflitti di interesse e dalle concentrazioni della proprietà e delle reti in pochissime mani.

E di questi giorni il dibattito relativo al regolamento sul diritto d’autore in discussione nel Consiglio dell’Autorità per le Comunicazioni (Agcom). Un dibattito sollecitato da numerose organizzazioni che sulla base del principio di tutela del copyright richiedono una tutela efficace e una valorizzazione dei diritti degli autori, editori, produttori dei contenuti veicolati nella Rete. Richiesta legittima, tuttavia una cosa è garantire il confronto tra la rete e i produttori di contenuti ma ben diversa è l’ipotesi di un controllo generalizzato del web. Nicola D’Angelo, uno dei commissari dell’Agcom, replicando al collega Mannoni ha spiegato chiaramente sul sito di Articolo21 quale dovrebbe e non dovrebbe essere il comportamento delle Authority nei confronti di internet: “La rete – scrive D’Angelo – va maneggiata con grande cautela. Meno la si regola meglio è”. Quelli che sono poi i fenomeni patologici possono essere affrontati  a livello penale. Un organo amministrativo quale è l’Authority rischia sempre molto nel momento in cui si mette a ragionare di queste cose. Deve farlo perché la legge lo prevede, ma dovrebbe farlo al minimo livello possibile… Speriamo che  questo non avvenga. Si rischia  di ingabbiare alcune attività importanti che avvengono sulla rete”.