Marco Giallini: “Non ho mai metabolizzato la morte di mia moglie”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 4 aprile 2018 16:17 | Ultimo aggiornamento: 4 aprile 2018 16:17
Marco Giallini: "Non ho mai metabolizzato la morte di mia moglie"

Marco Giallini: “Non ho mai metabolizzato la morte di mia moglie”

ROMA – Intervistato da “Vanity Fair”, l’attore romano Marco Giallini, ha parlato della morte della moglie Loredana:

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Per me è stata tutto. La madre dei miei figli, la donna con cui sono stato per trent’anni e che, dopo essersi sentita male, se ne è andata dalla mattina al pomeriggio senza che io le abbia potuto dire neanche ‘ciao’ […] La sua morte è un evento che né io né i miei figli abbiamo mai metabolizzato. Non ne abbiamo mai parlato. Non siamo mai andati al cimitero insieme, anzi, in 7 anni, al cimitero sono andato due volte in tutto. Le fotografie le ho a casa, ma non le guardo, non è roba per me perché lei è ovunque, nei ricordi, nelle stanze, nei viaggi a Barcellona che non farò più.

Un Giallini privato, che confessa il dolore della perdita e rivela, sincero come pochi, di non voler “essere di tendenza”.

A me i David non li danno. Ovviamente mi dispiace, ma non ne faccio un dramma. Evidentemente non sono di moda, ma non ambisco ad esserlo.

E a chi gli chiede quale sia l’odierno stato di salute del cinema italiano risponde senza esitazioni.

Il cinema italiano non ha coraggio, certo che non ce l’ha. Non c’è neanche più il contesto storico […] Di chi parli male? Di Berlusconi? Può farlo giusto Sorrentino, ma lui è un genio, come Servillo.

Un uomo schietto, che ha fatto della genuinità un marchio di fabbrica, anche davanti alla macchina da presa.

Quando reciti devi essere cuore, cervello, saliva, merda, sputi […] E come dico in Io sono Tempesta: “L’empatia è il migliore degli affari”.

Sulla sua carriera:

La mia carriera è partita tardi. Anche per colpa mia. Di provini, nella mia vita, ne avrò sostenuti cinque in tutto. Non andavo, mi dava fastidio bussare alle porte, non volevo vedere sul volto degli altri l’imbarazzo. Non volevo pensassero: “Arieccolo” […] Il primo fu al Teatro Argentina con Arnoldo Foà. Mi sentii avvampare di inadeguatezza e di vergogna.

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