Valentina Nappi, post pro-aborto dal santuario di Pompei. E tagga Salvini

di Redazione Blitz
Pubblicato il 4 Febbraio 2019 11:15 | Ultimo aggiornamento: 4 Febbraio 2019 11:17
Valentina Nappi: "Aborto obbligatorio per chi non può offrire una vita agiata al figlio"

Valentina Nappi: “Aborto obbligatorio per chi non può offrire una vita agiata al figlio” (Foto Instagram)

ROMA – La pornostar Valentina Nappi si erge in difesa dell’aborto. Anche se lo fa con un post che ha l’unico sapore della provocazione gratuita. 

Su Instagram Nappi ha pubblicato una foto in cui compare naturalmente nuda con le parti intime coperte dalle scritte: “Aborto obbligatorio per chi non può offrire una vita agiata ad un figlio”. Post taggato presso il santuario di Pompei e accompagnato da questa didascalia: “Un figlio non è un diritto. Non ha chiesto lui di nascere, è stata una decisione unilaterale dei genitori. Ogni genitore è un assassino, perché mette al mondo un condannato a morte. Almeno dunque si preoccupi di offrire il meglio. E se non è in grado, meglio l’aborto”. A corredo di queste parole gli hashtag #lega #leganord #aborto #salvini#matteosalvini.

Alcune settimane fa la pornostar aveva pubblicato sui social un post analogo in cui diceva, provocatoriamente, di essere stata “stuprata da Salvini”: “Sono stata ‘stuprata’ da Salvini – scriveva la Nappi – perché al di là di aspetti anche condivisibili (che pure ci sono) delle sue scelte concrete, e al di là del fatto che molte responsabilità non sono solo sue, Salvini ha riabilitato la peggiore cultura identitaria nazionalista, quella rappresentata dalla triade Dio-Patria-Famiglia. Babbo Natale, la Befana, niente Ramadan, sì al panettone rigorosamente a Natale, la colomba a Pasqua, la cucina tradizionale, i gay sì ma la famiglia solo quella tradizionale, i crocifissi rigorosamente nelle aule, Dio nei discorsi degli esponenti politici e tutta la plebe unita comunitariamente dai vecchi ‘sani’ valori identitari nazionali tradizionali”.

“Non so voi – continua Valentina Nappi – ma questa io la chiamo cultura di sapore fascista. Ed è uno stupro culturale di proporzioni immani. La questione dell’immigrazione, al di là dei complessi aspetti pratici su cui non intendo dilungarmi (la mia opinione è che una gestione razionale dei flussi migratori è — e soprattutto sarà — necessaria), è una questione culturale. Io non voglio vivere in un Paese con una cultura ufficiale unica, cattolica di destra, nazionalpopolare. Io voglio vivere in un Paese ateo, multietnico, con un’identità culturale che affondi le proprie radici nell’Illuminismo e nel marxismo più illuminato, e che sviluppi queste ultime all’altezza della modernità contemporanea. Il linguaggio grezzo, i modi spicci e i toni al limite del violento, invece, ci riportano a una cultura tribale che produce una violenza contro il diverso (come abbiamo potuto vedere) simile a quella che si dà in molte specie di primati non umani. Rispetto a tutto ciò, il genocidio è qualcosa di differente solo per grado”.