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Cambogia/ Khmer Rossi, il processo dell’orrore tra bambini infilzati e unghie strappate. In lacrime anche l’imputato

All’ennesima descrizione minuziosa  delle torture ha pianto anche il boia. A Phnom Penh, Cambogia, è in corso lo storico processo al primo dei leader dei Khmer Rossi, la cui azione sanguinaria ha prodotto circa 1.700.000 vittime tra il 1975 e il 1979.

In tribunale parlano i sopravvissuti alle torture, raccontando, nel dettaglio, quello che hanno dovuto passare. Una carrellata di brutalità che ha fatto piangere anche Kaing Guek Eav, detto Duch, uno dei leader più sanguinari del regime.

Duch, 66 anni, è accusato di crimini contro l’umanità in  quanto comandante della prigione di Tuol Sleng dove almeno 14.ooo persone sono state torturate ed uccise.

A sentire i racconti dei sopravvissuti, ora fa ammenda e si commuove con loro: «Mi assumo tutte le responsabilità e sono affranto dal dolore».

E, ascoltando le testimonianze, ne ha tutti i motivi. C’è chi ha dovuto bere la propria urina per sopravvivere, e chi ha parlato, nel dettaglio, di come gli hanno strappato le unghie dei piedi. C’è chi è uscito da un pozzo dove era stato gettato insieme ad alcuni cadaveri e chi ha visto un bambino lanciato in aria e infilzato con la baionetta.

Nonostante l’orrore però, la difesa si batte strenuamente contestando ad una ad una tutte le testimonianze. In particolare, ai difensori dei khmer, non piace la possibilità data alle vittime di essere allo stesso tempo testimoni e parte civile. Una novità assoluta, in sede di diritto internazionale, che consente alle vittime riconosciute come tali di ottenere risarcimenti dagli imputati.

Il  processo a Duch è iniziato a marzo, ma sta avendo un ritmo rallentato dai continui rinvii e dalle accuse di corruzione che arrivano dal governo cambogiano. A complicare le cose, la struttura del tribunale: un mix sperimentale di giustizia locale ed internazionale che è stato criticato da numerose associazioni per la tutela dei diritti umani.

Oggi la prigione degli orrori è un museo. Ma la storia dei Khmer Rossi non è ancora passato. Se Duch, infatti, a tratti si è commosso e lasciato andare a scene isteriche, nel resto del processo ha mantenuto un tono distaccato e didattico.Inoltre, la corte, sembra trattarlo più come un’autorevole persona informata sui fatti che come un imputato per crimini contro l’umanità.

Surreali, ad esempio, alcune tesi difensive dell’imputato. Per sbugiardare la deposizione di un testimone entrato in carcere quando era bambino, Duch ha detto: «Non può essere stato così perchè mi preoccupavo personalmente di far eliminare tutti i bambini che entravano a Tuol Seng».

A un altro testimone ha detto che secondo  non poteva essere chi sosteneva perchè «Secondo i miei documenti l’ho già fatta uccidere».

L’ex direttore, poi, ha anche negato di aver mai visitato le stanze delle torture o di aver direttamente partecipato ad abusi sui prigionieri. Motivo? «Sono troppo codardo per queste cose». Eppure, numerose testimonianze sembrano dargli torto. E quando le accuse si fanno troppo dirette e pesanti, Duch, ha sempre pronto l’alibi del «non ricordo».

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