Dal Talmud sostegno a Bill Clinton: con Monica Lewinsky fu onanismo, non sesso

Pubblicato il 13 ottobre 2014 16:02 | Ultimo aggiornamento: 13 ottobre 2014 16:41

WASHINGTON – Per il presidente degli Usa Bill Clinton era meglio passare per onanista che per spergiuro, ricorda Vittorio Zucconi in un articolo su Repubblica in cui rievoca il processo che fu costruito contro Bill Clinton per l’avventura con la stagista alla Casa Bianca Monica Lewinsky.

Escludere di avere avuto un rapporto orale perché c’era stato solo un rapporto orale, con tanto di macchia sul vestito blu di Monica Lewinsky, non costituiva nella tesi di Clinton sorretta anche da esperti di Sacre Scritture, spergiuro, avendo Bill Clinton giurato che con la ragazza lui non aveva avuto rapporti sessuali.

Era solo onanismo, non penetrazione e tanto bastava, per la coscienza di Bill Clinton e per i suoi legali, per sentirsi in buona fede, anche se il dettaglio del non rapporto emerse solo dopo anni di indagini.

Basandosi su nuovi documenti diffusi venerdì dall’archivio di Stato americano, circa 10 mila pagine relative alla presidenza di Bill Clinton e anche sulle notizie uscite sui giornali americani, Vittorio Zucconi ricostruisce passaggi inediti di quel periodo.

Il processo Clinton fu costruito dalla destra americana che in indagini a tappeto spese milioni di dollari ma si concluse in assoluzione per due principali ragioni: la solida maggioranza dei Partito democratico di Bill Clinton al Senato e il disinteresse del pubblico americano, riassumibile in questa battuta, detta da un operaio a una tv:

“Ho il mio salario, il mio posto di lavoro, vivo bene, che volete che mi importi della vita sessuale del Presidente”.

Succedesse qualcosa del genere oggi a Barack Obama, l’esito sarebbe probabilmente diverso.

Da un punto di vista formale, l’assoluzione fu giustificata da una sottigliezza: Bill Clinton sostenne di non avere mai avuto rapporti sessuali con Monica Lewinsky e dall’inchiesta emerse che non ci fu penetrazione ma solo sesso orale da parte di lei. All’epoca sembrò una sottigliezza da avvocati, ora si apprende che la tesi venne corroborata anche da un parere religioso, di una esperta di testi sacri ebraici.

Scrive Vittorio Zucconi:

Erano i giorni del 1998 nei quali un uomo che mai aveva manifestato particolare inclinazioni mistiche improvvisamente scoprì il refugium peccatorum nel clero e nei teologi, circondandosi di sacerdoti cattolici, rabbini, pastori protestanti, imam, predicatori televisivi e chiunque potesse servire a una assoluzione in breakfast di preghiera e di meditazione alla Casa Bianca.

Era il classico pentimento dopo la scoperta del peccato.
Clinton, avvocato e professore di diritto, si aggrappava a interpretazioni cavillose e a letture ambigue anche dei verbi più semplici, come nella sua leggendaria risposta alla domanda del procuratore speciale Starr se il suo fosse stato un rapporto sessuale con l’ex stagista: «Dipende da che cosa intende con il verbo essere».

Ma per sfuggire a quella croce alla quale lui stesso si era inchiodato, proclamando in diretta televisiva di «non avere avuto mai relazioni sessuali con quella donna», si scopre ora, da un nuovo pacco di documenti resi pubblici dagli archivi del governo, che i suoi consiglieri e avvocati scavarono anche nel primo dei grandi libri del monoteismo, nella Torah ebraica.

Chiesero il parere di una autorità in materia di Talmud, cioè nella interpretazione della Legge divina, la professoressa di Dartmouth, Susannah Heschel che sembrò gettare a Clinton un salvagente.

«Secondo la legge classica dell’Ebraismo — rispose la specialista del Talmud — adulterio è commesso soltanto quando un uomo sposato ha un rapporto sessuale completo con una donna sposata, e Monica Lewinsky è nubile. Nella peggiore delle ipotesi, il presidente Clinton è colpevole del comune peccato di onanismo, un peccato che probabilmente affligge la coscienza della maggioranza di uomini ebrei». «Per quel che può valere la mia opinione», aggiunse cauta e intelligente la professoressa.

Su questa interpretazione, dalla quale una buona parte di mogli non strettamente osservanti della tradizione interpretativa talmudica probabilmente dissentirebbero, Clinton si lanciò per sostenere non la propria posizione legale, ormai compromessa abbastanza per giustificare l’incriminazione, l’impeachment, ma la propria buona fede nell’avere negato il «rapporto sessuale» con Monica. Abbracciando il Talmud e adorando l’altro dio infallibile dei sondaggi che continuava a benedirlo, Clinton si sarebbe avviato verso l’assoluzione con voto di maggioranza al Senato, secondo le linee di partito.
Ma i nuovi documenti — che escono, guarda caso, proprio quando si fa sempre più concreta la corsa di un’altra Clinton, Hillary, verso la Casa Bianca — mostrano, insieme allo sforzo di trovare un appiglio religioso, il panico di una Amministrazione che da tempo, da molto tempo prima delle rivelazioni filtrate dalla deposizione di Monica arrivate al sito di Drudge Report, sapeva di avere in quella ragazza ventenne travolta dalla cotta per Clinton una mina atomica vagante.

I primi segnali d’allarme vennero quando lei chiese di poter appendere nel proprio cubicolo alla Casa Bianca un ritratto del presidente con dedica. Gli avvocati dell’ufficio legale e i consiglieri sospettarono — o seppero — che ci fosse qualche cosa di più tangibile dietro quella passioncella e decisero che era arrivato il momento di allontanare la paglia dal fuoco.

«Occorre trasferire la Lewinsky al più presto» segnala Len Davis, uno degli avvocati di Bill. «Si deve trovarle una sistemazione al DoD (al Pentagono, ndr) con un incarico retribuito», invece di lasciarla semplicemente andare dopo i sei mesi di stage gratuito come avviene normalmente. E quando neppure il trasferimento sull’altra riva del fiume Potomac, che separa la Casa Bianca dal Dipartimento della Difesa, impedì che lei spiattellasse tutto alla collega Linda Tripp al servizio dello Fbi, e la presenza dell’abitino blu galeotto con il segno indiscutibile dell’onanismo, preservato con cura dalla provvida mamma della Lewinsky, fornì la prova inconfutabile, i sostenitori di Clinton suggerirono strategie di difesa disperate.

Venne l’idea dell’improvvisa e travolgente scoperta della consolazione mistica, portata fino all’esplorazione della Torah attraverso gli specialisti del Talmud.

Il pentimento in ginocchio fra chierici di varie confessioni, ben filmato e documentato.

E la controffensiva classica di ogni personalità politica incappata nei propri peccati: l’attacco ai soliti media faziosi e partigiani, forse parte di quella che la First lady Hillary battezzò come il «vasto complotto dell’estrema destra».

Non c’è dubbio che Hillary Clinton avesse ragione. Dal giorno dell’insediamento di Bill Clinton alla Casa Bianca, squadre di investigatori pagati da varie fondazioni di destra più o meno estrema si misero su ogni possibile pista di ogni possibile malefatta del Presidente.

Finì nella assoluzione:

“In un’economia florida, con il favore popolare alle spalle e una solida maggioranza nel Senato investito dalla Costituzione del ruolo di giuria nell’impeachment, il presidente fu dichiarato «not guilty», non colpevole dei reati di falsa testimonianza e di ostruzione del corso della Giustizia per i quali — non per il sesso — era stato incriminato, con 55 voti contro 45, nel febbraio del 1999.

Grazie all’economia e al Talmud, Bill Clinton sarebbe passato alla storia come il primo presidente americano ufficialmente qualificato come onanista, ma meglio che deposto d’autorità.

Nell’anno successivo, il 2000, l’America che aveva perdonato Clinton avrebbe punito se stessa mandando George W. Bush alla Casa Bianca”.

Tesi un po’ funzionale alla scaletta del racconto. Se Al Gore, ex vice di Clinton e candidato democratico a succedergli, fosse stato più umile e si fosse fatto aiutare dallo stesso Clinton ce l’avrebbe fatta, trascinato dall’empatia e dalla genialità politica del Presidente uscente. Invece Al Gore fu troppo pesce freddo, aristocratico e remoto.

Foto LaPresse