Emanuela Orlandi, la tesi del rapimento sullo sfondo di eretici bruciati vivi

Pubblicato il 21 agosto 2012 11:36 | Ultimo aggiornamento: 27 marzo 2015 14:01
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Emanuela Orlandi

Antonio Goglia, ex maresciallo dei carabinieri di San Giorgio a Cremano (Napoli) e da anni appassionato al caso di Emanuela Orlandi, ha inviato a Pino Nicotri, con il quale è in corrispondenza da tempo, una ricostruzione dello sfondo culturale e religioso che, a giudizio di Goglia, confermerebbe l’ipotesi del rapimento.

Emanuela Orlandi sparì una sera di giugno del 1983 e da allora non se ne è più trovata traccia. Varie ipotesi sono state formulate sulle cause della sua scomparsa; all’inizio la tesi più accreditata fu quella di un rapimento a fini politici. La tesi fu poi definita dai magistrati inquirenti un depistaggio, ma cosa sia effettivamente successo nessuno lo ha mai saputo.

Negli ultimi tempi sono state rilanciate ipotesi di un rapimento a sfondo sessuale e lo stesso Goglia aveva collegato la vicenda ai vizi di certi preti pedofili collocati i posizioni di grande potere in Vaticano. Si è anche sostenuto che invece la Orlandi sia ben viva e vegeta e abiti con il fratello Pietro e si muova liberamente nel quartiere di Roma accanto al Vaticano.

Goglia apre il suo intervento così:

“Il rapimento di Emanuela Orlandi è certamente uno dei casi più intricati della storia del crimine: in esso si intrecciano posizioni interne alla Chiesa e, in un secondo momento, l’attività di finanzieri legati al Sismi ed alla massoneria. Ambedue le anime del rapimento avevano interesse alla “consegna” di Ali Agca, o alla sua estradizione in Costarica, dove Calvi e Pazienza, agente del Sismi, avevano sostenuto il candidato alle Presidenziali Monge, o Panama, dove Pazienza poteva contare su diverse amicizie, per il valore politico delle informazioni in possesso di Agca utili a mettere in ginocchio l’avversario politico religioso, in un caso, debitore finanziario, nell’altro”.

Poi c’è un salto e si entra nel

“coinvolgimento di un gruppo religioso brasiliano, di ispirazione missionaria, interessato ad agire in maniera efficace sulla politica del Vaticano, alleato degli Stati Uniti negli anni ’80 nel contrastare i nascenti movimenti marxisti volti alla liberazione dalle dittature che opprimevano diversi paesi del Sudamerica”.

Prosegue:

“L’alleanza tra USA e Vaticano derivava dal fatto che l’aspirazione alla libertà era condivisa dalla Chiesa locale, i cui rappresentanti erano entrati a far parte dei governi rivoluzionari, come nel Nicaragua dove molti sacerdoti erano divenuti ministri, ed avevano aderito alla c.d. ”Teologia della Liberazione”, l’ideale teologico proclamato dal frate domenicano peruviano Gutierrez e professato, ovviamente soprattutto in Brasile dove fece milioni di proseliti, dai fratelli missionari Leonardo e Clodovis Boff, dell’Ordine dei Servi di Maria. I contenuti della Teologia della Liberazione poterono raggiungere le comunità brasiliane di tutto il mondo,ed in particolare quella più grande, al di fuori del Brasile, di Boston mediante la “Revista Eclesiástica Brasileira” diretta dal 1972 al 1986 proprio da Leonardo Boff”.

Anche in questo intervento, c’è un riferimento alla Diocesi di Boston:

“Esponente di spicco della comunità Brasiliana di Boston, strettamente connessa con l’Arcidiocesi di Boston, era il Padre Alvamir Miguel Goncalves FDP, cappellano della comunità, Padre dei Figli della Divina Provvidenza, ascrivibile alla Comunità di Don Luigi Orione fondatore dell’omonimo ordine missionario. Questo ordine ha sede in Roma ed è sottoposto direttamente all’autorità del Vicario del Papa, nel 1983, il Cardinale Poletti.

“Arcivescovo della medesima Arcidiocesi era il cardinale luso-americano, nato nelle Azzorre, Humberto Souza Medeiros, notoriamente schierato a sostegno dei “profeti” della liberazione. Il cardinale deceduto a Boston il 17 settembre 1983, si impegnava notoriamente nel sostegno dei diritti degli operai e dei contadini.

“Nella Teologia della Liberazione il povero prende il posto di Cristo e di Dio come elemento centrale della predicazione, questo, per diverse ragioni era inaccettabile per la Chiesa di Roma che la condannò e la bandì dallo spazio ecclesiale proibendo che divenisse un riferimento per la pratica pastorale. E’ molto probabile che questa assoluta chiusura del Vaticano nei confronti di una Teologia che stava “dalla parte dei rivoluzionari” abbia prodotto un forte risentimento da parte dei “profeti della liberazione” creando lo spazio utile per rivendicazioni, attacchi e ricatti”.

Uno di questi, sostiene Goglia, ebbe per oggetto Emanuela Orlandi:

“La rivendicazione di cui al messaggio del 5 luglio 1983 parla chiaro: in quello che viene definito un messaggio cifrato per il Vaticano si fa apertamente riferimento alla Via Crucis ed al suo percorso, si fa riferimento alla liturgia stazionale ed in particolare si dice che il Papa ne giorno della scadenza, il 20 luglio,porta la Croce presso la Basilica di S. Francesca Romana, Basilica scelta per il contatto telefonico stabilito per il giorno dell’ultimatum dato alla Santa Sede. Il messaggio alludeva ad un episodio narrato da più di una fonte, tra cui l’ambasciatore veneziano a Roma Paolo Tiepolo e il filosofo francese Michel de Montaigne, relativo allo scioglimento di una confraternita di “marrani” costituita contro i dettami della Chiesa presso la Basilica di S. Giovanni in Porta Latina. Lo scioglimento avvenne il 20 luglio 1578 ad opera del Tribunale del Governatore, il rogo degli eretici si consumò il successivo 13 agosto. Si trattava, appunto, narrano gli storici, di frati portoghesi senza specificare se si trattasse di conversos provenienti dal nuovo mondo, ma è ben noto il legame storico che unisce il Portogallo con il Brasile”.

Ecco la chiave  del mistero:

“I sequestratori comunicavano al Vaticano, se non fosse stato già sufficientemente chiaro, che erano loro gli autori del sequestro: i “marrani”. Discendenti delle vittime della stessa Chiesa che ancora una volta si schierava e prendeva provvedimenti o si dimostrava sorda alle loro richieste”.

A prima vista, avverte Goglia, può sembrare strano che una memoria così lontana nel tempo sia “rimasta attiva soprattutto in quegli ordini religiosi detti “passionisti”, certamente nelle storia religiosa dei paesi convertiti, negli scritti di più di uno storico anche moderno, ma soprattutto ad opera di una Accademia Pontificia: l’Accademia Cultorum Martirum, dedita secondo quanto si legge nelle indicazioni della stessa Santa Sede al ristabilimento della “liturgia stazionale” ed al culto dei protomartiri”.

Qui si entra nel vivo della cronaca. Goglia avverte:

“Di questa Accademia faceva parte, all’epoca del rapimento, in qualità di Cappellano, lo stesso mons. Piero Vergari, uno dei cinque indagati per il rapimento Orlandi, dedito al ricevimento di giovani novizi provenienti dal terzo mondo, all’ epoca anche dal Brasile. Ma la cosa ancora più curiosa è che alla guida dell’ Accademia vi era, e vi fu dal 1980 al1987, il padre barnabita Virginio Colciago, appassionato studioso e commentatore degli scritti di padre Semeria, lodevoli, ma “clandestini ” e “rivoluzionari”, e della storia dei missionari in Brasile”.

Di nuovo storia:

“In Italia, nel 1983, non mancava d’altra parte il sostegno ai teologi della liberazione. Primo fra tutti il ”Generale della Compagnia di Gesu’”, padre Pedro Arrupe, direttore proprio del Collegio Brasiliano, dove quasi tutti i prelati condividevano lo stesso ideale. Nel collegio vi erano personaggi del calibro di Felix Pastor, autore della Storia dei Papi o di padre Luciano Mendez de Almeida, amico del senatore Giulio Andreotti e del cardinale Casaroli. Inoltre, quasi tutti i cardinali brasiliani di questo periodo (1970-83) erano sostenitori della teologia liberatrice da cui restarono affascinati anche i Gesuiti, cosa che costrinse il Papa, contrariamente alla regola, ad imporre un “suo” Generale nel 1981.

“Tuttavia, un discorso a parte va fatto per quanto concerne il sostegno che al movimento brasiliano missionario a vocazione politica poté pervenire da parte di un analogo movimento religioso italiano caratterizzato dalle medesime aspirazioni politiche: Gioventù Studentesca o come venne chiamato più tardi, Comunione e Liberazione. Tutto il movimento di Comunione e Liberazione è missionario, nel senso che si propone di portare ad ogni uomo la persona viva di Gesù. L’attenzione alla realtà missionaria propriamente detta è grandissima e affonda le sue radici negli anni sessanta, quando alcuni giessini milanesi partirono per il Brasile, paese cui il movimento sarebbe sempre stato legato, come missionari. Si tratta certamente dell’unico esempio missionario studentesco nella storia della Chiesa. In realtà quasi tutti i ragazzi di GS partiti dopo il ’68 passarono nelle file dei movimenti marxisti, abbandonando il movimento. Il cardinale Poletti nel 1980 approvò lo statuto del movimento nato dall’impegno di don Giussani presso l’Università di Milano. Comunione e Liberazione sarà più volte accostata alla massoneria italiana ed internazionale come la setta degli illuminati”.

Ora il capitolo Comunione e Liberazione e la sua evoluzione dalla Gioventù Studentesca degli anni ’60:

“Una vicenda recente getta una luce sul periodo e sui fatti di cui parliamo: l’arcivescovo di Taranto Filippo Santoro, proveniente dai ranghi di Comunione e Liberazione, sostituì nel 1984 Clodovis Boff sulla cattedra di Teologia dell’ Università di Rio de Janeiro. A quest’ultimo era stato impedito, infatti, sia di insegnare nel suo paese che di insegnare presso l’Istituto dei Servi di Maria di Roma, il “Marianum”. Santoro sarebbe stato l’artefice della “conversione” di Clodovis Boff e del suo abbandono della Teologia della Liberazione a dispetto del fratello Leonardo. In realtà si tratta di una disputa tra vecchi “compagni””.

La conclusione:

“Quanto sopra descritto contiene diversi punti di contatto, verificati successivamente alla stesura della presente memoria, con una lettera anonima inviata con ogni probabilità da un prelato sudamericano alla trasmissione “Chi l’ha visto?” nel 2005. La lettera, mai resa nota, indica nell’uomo che affianca Agca, nella famosa fotografia di Daniele Petrocelli scattata nella chiesa romana di San Tommaso d’Aquino il 10 maggio 1981, l’uomo che rappresenta la chiave del duplice mistero del tentato omicidio del Papa e del rapimento Orlandi. In effetti, quest’uomo, che fu studente della Facoltà Teologica milanese negli anni in cui nacque il movimento ”Comunione e Liberazione” conosceva anche i mandanti del turco e l’importanza delle eventuali dichiarazioni di quest’ultimo, di cui si richiedeva la “consegna” piuttosto che la liberazione, nel conflitto che contrapponeva i rapitori della Orlandi alla CIA ed al Vaticano”.

Invito finale: “Molti sono gli uomini della Chiesa italiana e di quella americana in Italia che potrebbero illuminare il mistero della cittadina vaticana. Infine auspico, trascorsi oramai trenta anni, il dissequestro e la pubblicazione della fotografia di Petrocelli”.