Isis, i jihadisti del Kosovo: tagliano teste e postano le foto su Facebook

di redazione Blitz
Pubblicato il 8 settembre 2014 18:43 | Ultimo aggiornamento: 9 settembre 2014 15:09

PRISTINA (KOSOVO) – Lo Stato Islamico dell’Isis può contare su consistenti serbatoi di affiliati e sostenitori che provengono dalle numerose comunità musulmane dei Balcani. In molti che vivono da queste parti infatti, per sfuggire alla povertà e alla disoccupazione che in alcuni luoghi sfiora il 40 per cento, rafforzano il flusso di combattenti fondamentalisti islamici che raggiungono zone di conflitti, in particolare Siria e Iraq, per unirsi ai gruppi della galassia jihadista, disposti al martirio in nome dell’Islam, della Guerra Santa e dell’odio contro l’Occidente.

I nuovi combattenti provengono dalla Bosnia-Erzegovina, dal Kosovo, dalla Serbia e dalla Macedonia. Tra questi paesi, quello in cui l’integralismo islamico è in forte crescita è il Kosovo, dove una vasta operazione di polizia ha portato all’arresto dell’imam della Grande Moschea di Pristina Shefqet Krasniqi (poi rilasciato), sospettato di favorire l’estremismo e appoggiare correnti jihadiste. Il crescere d’importanza del fattore religioso – in Kosovo oltre il 90% dei 2 milioni di abitanti è di etnia albanese musulmana – crea basi sociali sempre più ampie per il reclutamento di potenziali combattenti jihadisti.

Non meno di 150 sarebbero già partiti per Siria e Iraq, e finora almeno 16 di loro sono stati uccisi. Appena tre settimane fa, la polizia del Kosovo ha portato in carcere 40 sospetti jihadisti che vanno ad aggiungersi ai tre finiti in manette a giugno e agli 11 arrestati lo scorso novembre. Ai 40 arrestati, bisogna aggiungerne altri 17 che nel frattempo sono risultati irreperibili.

Un lungo articolo apparso sull’Espresso a firma di Paolo Fantauzzi racconta quello che sta succedendo nella più giovane repubblica d’Europa:

“I massacri e le bombe della Nato sembrano ormai solo un vago ricordo. Nella più giovane repubblica d’Europa, proclamatasi unilateralmente indipendente nel 2008 (e subito riconosciuta da Usa e quasi tutti i Paesi Ue), la nuova frontiera è il radicalismo islamico. E il nuovo nemico non sono più i paramilitari serbi come ai tempi dell’Uck ma gli infedeli. Così in una regione in cui l’Islam, abituato a convivere con le altre religioni, ha sempre mostrato il suo lato più tollerante, ad appena vent’anni dalla guerra che portò alla dissoluzione del mosaico etnico costruito da Tito il fondamentalismo mostra di aver piantato nel profondo le sue radici. Tanto da poter contare, rivelano fonti investigative all’Espresso, su almeno 20 cellule terroristiche attive nel reclutamento e addestramento fra Serbia, Albania, Macedonia, Kosovo, Montenegro e Bosnia, come mostra la retata che ha portato all’arresto di 16 reclutatori, compreso Bilal Bosnic, l’ex predicatore del centro islamico di Cremona considerato uno dei reclutatori di spicco dell’Isis. Finanziate da ong islamiche – dall’Arabia saudita all’Inghilterra fino all’insospettabile Turchia – queste cellule in qualche caso vedono proprio gli ex guerriglieri (in Kosovo quelli dell’Uck) quali inevitabili punti di riferimento locale. Un avamposto in attesa, chissà, di rivolgere verso l’Europa quella guerra finora combattuta sul suolo mediorientale”.

“Le autorità di Pristina cercano di minimizzare: secondo il governo i volontari partiti sarebbero solo 43. Difficile crederlo statisticamente, considerato che le vittime accertate sono già 16. Non a caso diverse fonti ritengono che, fra gli 11 mila stranieri in Siria (dei quali duemila europei), sarebbero 300-400 i combattenti di etnia albanese, prevalentemente kosovari. Grosso modo quanto quelli provenienti dal Regno Unito. Con la significativa differenza che l’ex provincia serba è grande quanto l’Abruzzo e non arriva a due milioni di abitanti. Una rilevanza dimostrata anche dallo Stato islamico dell’Isis: il discorso con cui il comandante al Bagdadi si è autoproclamato califfo è stato tradotto in inglese, francese, tedesco, turco, russo e albanese. Del resto i jihadisti kosovari stanno dando il loro contributo: a marzo Blerim Heta, nato e cresciuto in Germania ma tornato in patria dopo la guerra, si è fatto esplodere a Baghdad uccidendo 52 ufficiali di polizia. Mentre sul web impazza la figura di Lavdrim Muhaxheri, indicato come comandante della “brigata balcanica”: dopo aver rivolto ai connazionali un appello alla jihad , in un video dell’Isis che gira in rete ha arringato la folla in arabo fluente brandendo un grosso coltello e bruciato il suo passaporto kosovaro, “documento degli infedeli. Io sono solo un musulmano” . 

Lo stesso Muhaxheri ha postato su Facebook una foto in cui viene ritratto mentre decapita un ragazzino siriano accusato di essere una spia. In un’altra appare mentre riprende col cellulare un’altra esecuzione compiuta da un connazionale:

Ed è proprio questa la novità: ormai non solo la guerra santa si svolge anche in rete con video e appelli ma i mujaheddin 2.0, riluttanti all’anonimato, postano senza alcun riserbo le loro azioni sui social network. A suo modo una fortuna, visto che questo consente all’intelligence di risalire alla rete dei loro contatti. In ogni caso, quando torneranno in patria, nessuno potrà contestare loro alcunché. Il Kosovo non ha ancora una legge che punisce il reclutamento di terroristi o chi va a combattere all’estero: il disegno di legge, che prevedeva pene da 5 a 15 anni, non è stato ratificato in tempo prima delle elezioni anticipate di giugno.

A paradosso si aggiunge paradosso: sia Muhaxheri che Heta avrebbero lavorato nel campo Bondsteel, la principale base americana sotto il comando della Kfor, la missione Nato in Kosovo, che ospita migliaia di soldati. E proprio la città di Ferizaj in cui sorge, vicino al confine con la Macedonia, è diventata un centro nevralgico di reclutamento: oltre al kamikaze, 11 dei 40 terroristi arrestati ad agosto venivano da lì. Forse non a caso: sempre lì (all’hotel Lion, secondo un rapporto dei servizi di Belgrado del 2003) per anni la ong Islamic relief avrebbe reclutato bambini resi orfani dalla guerra per compiere attentati suicidi”.

“Quello dei volontari ‘è un problema comune a tutti i paesi democratici sviluppati’ ha minimizzato nei giorni scorsi il generale Salvatore Farina, comandante uscente della Kfor, nella sua ultima conferenza stampa. Di certo la concentrazione di terroristi in Kosovo fa paura. E allerta anche gli 007, visto che un informatore della Kia, i servizi segreti di Pristina, sarebbe stato riconosciuto e ucciso in Siria a inizio anno. Il tutto mentre nella piccola repubblica operano ancora cinquemila militari dell’Alleanza atlantica che dovrebbero sostenere lo sviluppo di un Kosovo stabile, democratico, multietnico e pacifico (…)”.

 Le foto choc ALTAMENTE SCONSIGLIATE AD UN PUBBLICO SENSIBILE postate su Facebook