La poesia latina in versione casta: via turpiloquio, fellatio e sesso esplicito

Pubblicato il 12 Marzo 2010 11:51 | Ultimo aggiornamento: 5 Marzo 2015 12:46

Si chiama “I testi: la poesia” ed è una monumentale raccolta di versi latini. Edito dalla Salerno il libro ha indubbiamente il merito di riproporre i classici latini. Eppure il testo, a causa di alcune scelte di selezione e traduzione che sembrano dettate più da esigenze di pudore che da scelte filologiche, il libro apre il fianco a più di qualche critica.

La raccolta è cospicua, quasi 1000 pagine, e di certo non economica: costa infatti 125 euro. Nulla da dire neppure per quanto riguarda la cura del testo e la selezione. I generi della poesia latina, infatti,  sono tutti rappresentati: si va dalla poesia scientifica alla didascalia passando per elegia, satira e poemi bucolici.

Ma a guidare le mani dei selezionatori sembra essere stato soprattutto un forte senso del pudore. Tutte le poesie più “spinte”, infatti, risultano o epurate oppure ammorbidite da una traduzione italiana particolarmente soft. Degli epigrammi di Marziale che descrivono con dovizia di particolari il sesso orale, solo per fare un esempio, non c’è traccia. Va meglio, ma non troppo a Catullo.

In uno dei suoi versi il poeta inveisce contro il pretore della Bitinia Gaio Memmio e gli dà dell’ «irrumator». La parola letteralmente significa “partner attivo in una fellatio”. Per i casti traduttori della Salerno, però, il sesso orale è tabù e Gaio Memmio diventa un “profittatore” qualsiasi. Una scelta che si spiega, forse, con la speranza di diffondere il libro in alcune scuole.  Di certo “addolcire” una traduzione è una cosa,  alterare il senso di una poesia è un’altra.