Lega Nord: piazza Duomo, è gelo tra Bossi e Maroni

Pubblicato il 23 Gennaio 2012 12:16 | Ultimo aggiornamento: 23 Gennaio 2012 12:16

MILANO – Dal palco di Milano, Umberto Bossi lancia un pesante ‘aut aut’ a Silvio Berlusconi. Se l’ex alleato di governo non farà mancare il suo sostegno all’esecutivo “infame” di Mario Monti, la Lega Nord farà “cadere” la Regione Lombardia. Il leader del Carroccio appare determinato e, per la prima volta, annuncia parlando con i cronisti al bar, che il movimento si presenterà in ‘corsa solitaria’ alle prossime amministrative (“Abbiamo la forza per farlo”).

Ma, nella giornata della grande manifestazione ‘padana’ contro le politiche economiche del governo, tornano con forza in primo piano le divisioni interne tra ‘maroniani’ e ‘cerchio magico’. Prima in corteo, poi sul palco di piazza Duomo, la foto di gruppo è corale. Ma basta che Bossi, durante il comizio, citi Marco Reguzzoni e Rosi Mauro e si levano i fischi di quella parte della base che vede come fumo negli occhi gli esponenti del cosidetto ‘cerchio’ più vicino alla famiglia del senatur e lontano da Maroni.

La piazza, inoltre, invoca a più riprese il nome dell’ex ministro dell’Interno, al quale Bossi, però, non cede il microfono (a parte gli amministratori locali e i due governatori, Roberto Cota e Luca Zaia, l’unico a parlare sarà il senatur). In serata, su Facebook, al termine della riunione del consiglio federale, che dà il via libera ai congressi, Maroni si dirà molto dispiaciuto di non aver potuto parlare”.

La giornata inizia alle 10 in piazza Castello dove, parlando coi giornalisti prima dell’avvio del corteo, Roberto Calderoli chiede l’arrivo delle “idi di marzo” del governo, attorniato dai militanti con cartelli che ritraggono Monti vicino a Fantozzi (“Stesse capacità”). Poi tocca a Maroni criticare l’esecutivo che “mette solo tasse”, e auspicare che si vada al voto (anche se è un’ipotesi “difficile”).

Quelle coi giornalisti saranno le uniche dichiarazioni pubbliche dei due colonnelli alla manifestazione. Poi al via il corteo, con tutti i dirigenti della Lega schierati in testa: Mauro, Maroni, Reguzzoni, Calderoli, tutti attorno a Bossi e dietro lo striscione ‘Un popolo, un destino, Padania libera’.

In piazza Duomo, gli interventi degli amministratori locali aprono le danze, oltre ai due governatori, parla il vice presidente della Regione Lombardia, Andrea Gibelli. Poi, a sorpresa, il microfono passa direttamente a Bossi. Il senatur elogia il suo popolo per la partecipazione (intorno ai 50mila, secondo gli organizzatori 70-75mila). E affronta subito il tema divisioni interne, ringraziando chi ha “dimostrato la saggezza di fare un passo indietro”.

Primi fischi quando pronuncia il nome di Reguzzoni e ricorda che si è dimesso da capogruppo. Partono i cori ‘Maroni, Maroni’. Così Bossi dice che non ha “mai avuto niente contro Maroni” e ricorda quando andavano ad attaccare i manifesti insieme. Il segretario invita Maroni e Reguzzoni a stringersi la mano: l’ex capogruppo si avvicina, ma è gelo sul palco tra i due. Bossi decide che è ora di cambiare argomento e parte con l’attacco al governo che deve andare “a casa, fuori dai co..”. Quindi, lancia il suo avvertimento a Berlusconi (fischi della piazza non appena fa il suo nome), il quale “non può tenere i piedi in due scarpe”: “La Lega ti chiede di far cadere questo governo infame o non riuscirà a tenere in piedi il governo della Lombardia, dove ne stanno arrestando uno al giorno”.

Alla fine del comizio, saluta a sorpresa la folla e non dà la parola ad alcuno. Ma dice al microfono: “Dov’è la Rosi, è scomparsa?”. E’ in quel momento che parte della piazza esplode di nuovo con fischi all’indirizzo della vice presidente del Senato. “Quelli che vogliono rompere la Lega bisogna che si diano la mano davanti a tutti perché fratelli siamo”, cerca di placare gli animi Bossi.

Ma la base continua a chiedere che parli Maroni. Matteo Salvini sventola sul palco una sciarpa con scritto ‘barbari sognanti’ (diversi dirigenti leghisti portano un adesivo con la stessa scritta incollato sul giubbotto, all’altezza del petto). L’espressione, presa a prestito da un poeta irredentista triestino,  è divenuta un ‘marchio’ distintivo dei ‘maroniani’ da quando l’ex ministro l’ha pronunciata in chiusura di comizio a Pontida. Dopo lo choc della piazza, l’intero stato maggiore del Carroccio si trasferisce in via Bellerio, per la riunione del consiglio federale. Il ‘capo’ – riferiscono – è di umore pessimo per i fischi e, al termine della riunione, pochi hanno voglia di parlare. Maroni nega ai cronisti di aver sentito fischi: “Io ho sentito solo applausi e incitamenti per Bossi, per la Lega e qualcuno anche per me e mi fa tanto piacere”. Dopo aver lasciato Bellerio, lo sfogo su Facebook: “Una folla immensa ha invaso la nostra Milano, un popolo di barbari sognatori”, scrive, “Vorrei ringraziarvi uno per uno, tutti, ognuno di voi. Il mio pensiero va alle/ai militanti che si sono alzati a notte fonda per essere in piazza uniti più che mai: grazie, grazie”.

“Mi e’ dispiaciuto molto – aggiunge – non poter parlare per salutarvi e condividere con voi queste sensazioni“. Dal federale arriva il via libera ai congressi provinciali, entro tre mesi (ma solo quelli dove il segretario è in scadenza; in Lombardia non ve ne sono, in Veneto sono Treviso e Padova) ed entro giugno di quelli nazionali (che corrispondono ai regionali, nella terminologia ‘lumbard’). Durante la riunione del consiglio si è anche affrontata la questione del ‘tesoretto’ della Lega, dopo le notizie di stampa su presunti investimenti in corone norvegesi, danesi e fondi a Cipro e in Tanzania.

A seguire le immagini di Maroni e Bossi durante il comizio di Milano (foto LaPresse):