Napoli, 4 pedofili arrestati. Oltre 1000 bimbi a rischio…

di Redazione Blitz
Pubblicato il 18 Novembre 2015 11:26 | Ultimo aggiornamento: 18 Novembre 2015 11:38

 

Napoli, 4 pedofili arrestati. Oltre 1000 bimbi a rischio...

Napoli, 4 pedofili arrestati. Oltre 1000 bimbi a rischio…

NAPOLI – Due bambini morti, 4 adulti arrestati per pedofilia e 32 famiglie che abitano nell’isolato. Bruno Mazza, ex braccio destro del boss Alfredo Russo, descrive così la situazione a Parco Verde a Caivano, dove la piccola Fortuna Goffredo è stata violentata e uccisa. Una condizione che, spiega Mazza, riassume quella di altri 1180 bimbi delle periferie napoletane che rischiano di entrare nella malavita o diventare vittime innocenti di violenze e brutalità.

Daniela De Crescenzo sul Mattino raccoglie la testimonianza di Mazza, che ora ha 34 anni e dopo aver abbandonato la vita da pusher e aver scontato una pena di 11 anni in galera, ha trovato una vita normale ed è diventato un operatore sociale, pronto ad aiutare i ragazzi che come lui hanno pensato che l’unica vita fosse quella di strada al fianco dei boss, dimenticati da tutti gli altri:

“Ai terremotati avevano promesso il paradiso: case nuove, servizi, scuole, strutture sportive, piscine. Poi non sono state costruite nemmeno tutte le abitazioni. La stessa storia di Scampia, di Ponticelli, del rione Salicelle, di San Giovanni. Stessa storia, stesso destino, stessa gioventù bruciata. «A scuola davo fastidio, pian piano cominciai a non andarci e i professori tirarono un sospiro di sollievo», racconta Bruno.

Come lui fece un altro pugno di ragazzi, i più terribili. «Eravamo in dodici, cominciammo con i furti e poi passammo alle rapine. Non avevamo molto, ma non ci spingeva la povertà, ci guidava la noia. Giornate tutte uguali da comsumare e nemmeno uno straccio di campetto dove tirare calci a un pallone. Che dovevamo fare? Ci inventammo delinquenti». La solita trafila, le prime denunce, il carcere minorile. «Quando uscii da Nisida mi chiamò il boss del rione: perché ti vuoi pigliare una palla in testa? Mettiti con noi e stai più sicuro, mi spiegò. Un anno dopo ero il suo braccio destro e governavo tutte le piazze di spaccio del Quartiere».

Un’ascesa fulminante che lo portò a guadagnare fino a dieci milioni alla settimana: «Di tutti quei soldi non mi è rimasto niente – è il rimpianto di Bruno – Ho comprato abiti firmati, moto, pistole, ma la gran parte dei soldi se ne andava in cocaina, passavo le giornate a tirare con il boss». E con il boss fu arrestato alla fine degli anni Novanta: «Eravamo andati a Napoli per dare una lezione. A chi? Io non lo sapevo, dovevo solo obbedire. Ma so che si trattava di un uomo fortunato: non riuscimmo a scovarlo. Al ritorno fummo fermati: io ero armato. Finii in galera e ci restai per quasi undici anni. Russo si pentì. Io no, io mi feci il carcere. Quando entrai avevo frequentato la prima media, quando uscii avevo il diploma da ragioniere».

La prigione, alla resa dei conti fu una fortuna. «Tra il 1986 e il 215 nel rione sono morti 32 ragazzi: chi per overdose, chi in un conflitto a fuoco, chi nel corso di una rapina». A cento metri dalla casa di Fortuna abitava Emanuele Petroso, ammazzato nel febbraio del 2005 da un carabiniere mentre fuggiva dopo una rapina compiuta sull’asse mediano. Poco più in là viveva Ciro Leonardo. Al funerale di Emanuele aveva giurato: io non farò la sua fine. E si era messo a lavorare. Lo aveva preso la ditta incaricata di rimettere a posto le palazzine ormai fatiscenti: cadde dall’ottavo piano e morì steso sul selciato proprio come l’amico rapinatore. Non aveva un’imbracatura, non aveva un casco, non aveva niente a proteggerlo dalla sorte bastarda. Il fratello di Bruno se ne andò mentre lui era in carcere. Overdose.

Allora anche l’ex pusher giurò: io non farò la stessa fine. Ma la galera gli era servita, lui aveva capito: salvarsi da soli è difficile. A volte non basta nemmeno fuggire dal ghetto e inventarsi un’altra vita per avere il diritto di viverla: «Trentadue amici morti sono troppi. Al parco Verde abitano 6000 persone, 1180 bambini, tutti candidati ad un futuro infame».

Salvarli, ma come? «Per prima cosa, con l’aiuto dell’associazione fondata da Ferrara e Cannavaro abbiamo realizzato un campetto di calcio con l’erba sintetica. Vi pare poco? Qua è più di quello che riusciamo a sognare», dice Bruno. E non fa niente se intorno razzolano le galline, non fa niente se ci sono perfino le capre a brucare. Un po’ più avanti c’è chi lavora a costruire un altro campo. Sulla destra la Provincia ha consegnato le giostrine: sulla carta. Al Parco Verde nei fatti non sono mai arrivate. E poi c’è il sogno dei sogni, l’eden dei redenti: «Padre Maurizio Patriciello, il nostro parroco, ci ha regalato dei forni – sogna Maurizio – e c’è un progetto finanziato per far partire dei corsi da panettiere, ma l’amministrazione comunale non ci consegna gli spazi che ci sono stati destinati».

E perché? Perché in quel che resta del parco giochi che i volontari dell’associazione «Un’infanzia da vivere» vorrebbero conquistare ci vanno solitamente i tossici a consumare la dose: i giardini sono al crocevia tra due piazze di spaccio e al momento sono chiusi da un catenaccio. Tra i residui delle altalene i volontari hanno raccolto 850 siringhe: c’è voluto un anno e mezzo perché il Comune le venisse a prelevare. Perciò, non fatevi illusioni: l’inferno è l’inferno, ed è abitato da pusher e da violentatori, da assassini e da scassinatori. Il paradiso, credete ai dannati, può aspettare”.