Non è reato dire alla collega: “Ho un c… grande così”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 16 ottobre 2014 17:08 | Ultimo aggiornamento: 16 ottobre 2014 18:23
Non è reato dire alla collega "ho un c... grande così"

Non è reato dire alla collega “ho un c… grande così”

ROMA – Si è avvicinato alla collega nello spogliatoio dell’azienda dove lavorava e le ha detto: “Giuseppì, stasera ho un c…. così”. Poi alla povera Giuseppina ha anche assestato una pacca sul sedere. Giuseppina non l’ha presa bene e l’ha denunciato sia per la pacca non gradita, sia per l’autocelebrazione non richiesta dell’organo sessuale. Cassazione lo ha condannato per la pacca e assolto per il “c… così”.

Perché, è la motivazione dei giudici,  non commette reato chi elogia la virile ‘tonicità’ del suo organo sessuale a una collega di lavoro perché questo tipo di ‘esaltazione’ è solo un “apprezzamento” che l’uomo rivolge “a se stesso” ed è quindi privo di “offesa alla dignità altrui”.

Per la pacca, invece, l’uomo – Marcello M., aquilano di 55 anni – è stato definitivamente condannato per violenza sessuale a 11 mesi e 10 giorni di reclusione. Da tempo, infatti, la Suprema Corte ha inserito questo abuso tra le violenze sessuali. Nel ricorso alla Suprema Corte, contro la decisione della Corte di Appello de L’Aquila che aveva confermato la condanna dell’uomo a undici mesi e dieci giorni di reclusione per la pacca e altri 20 giorni per l’ingiuria rivolta sempre a Giuseppina R., il legale dell’imputato si è particolarmente impegnato a sostenere l’inoffensività della frase incriminata.

Si tratta solo di “una assai grossolana proposta” e il “contenuto evidentemente autoreferenziale dell’espressione esplicita solo un effetto che si sarebbe prodotto nella persona, in questo caso Marcello M., e dunque non è un dileggio o un disprezzo”, ha fatto presente l’avvocato Massimo Carosi. Accogliendo questo punto di vista, i supremi giudici – con la sentenza 43314 della Terza sezione penale, presidente Claudia Squassoni, relatore Gastone Andreazza – hanno stabilito che “pur essendo indubbia la terminologia volgare e ineducata delle specifiche parole ricomprese nella frase contestata”, i giudici della Corte di Appello avrebbero dovuto concludere “stante l’inequivoco riferimento dell’imputato non già alla interlocutrice, bensì a se stesso, per l’assenza di offesa alla dignità altrui e, dunque, per la non integrazione del reato contestato”. In pratica, relativamente al reato di ingiuria, la condanna per Marcello M. è stata annullata senza rinvio “perchè il fatto non sussiste con conseguente eliminazione della pena”.

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