Paraguay. Bimba di 10 anni stuprata dal patrigno, le negano l’aborto

Pubblicato il 6 Maggio 2015 16:16 | Ultimo aggiornamento: 6 Maggio 2015 16:16
Bimba paraguyana

Bimba paraguyana

PARAGUAY, ASUNCION – Il caso di una bambina di 10 anni, rimasta incinta dopo essere stata stuprata dal patrigno, ha rilanciato il dibattito sull’aborto in Paraguay dove la legge non consente l’interruzione della gravidanza se non in caso di pericolo per la vita della madre e del bambino. La bambina – la cui identità non è stata rivelata – si trova attualmente ricoverata in un ospedale della Croce Rossa, mentre sua madre è rinchiusa in un carcere di Asuncion, accusata di aver favorito la fuga del marito.

L’uomo, infatti, è attualmente latitante. Varie associazioni locali, alle quali si è aggiunta Amnesty International, si sono mobilitate intorno al caso, denunciando una negazione dei diritti della bambina, che rischia seri problemi di salute se porterà a termine la sua gravidanza. Come segnala ad esempio l’Organizzazione Mondiale della Salute in un suo rapporto sulle madri minorenni pubblicato due anni fa.

Da parte sua, però, la dottoressa Dolores Castellanos, che segue il caso della bambina, ha dichiarato che “siamo abituati a trattare casi di madri minorenni, che spesso sono madri ansiose, ma a questa ragazzina le sta andando bene”. Castellanos ha sottolineato che l’anno scorso si è occupata della gravidanza di una bambina di 9 anni che si è conclusa senza problemi, anche se ha riconosciuto che la madre minorenne che segue attualmente è particolarmente vulnerabile: tra l’altro è alta 1,39 metri e pesa 34 chili, dopo aver superato le prime 20 settimane di gestazione.

Secondo cifre ufficiali del governo paraguaiano, non si tratta di un caso isolato: l’anno scorso nel Paese sono nati 680 bambini figli di madri con meno di 15 anni di età. Alla campagna lanciata da Amnesty International – con l’hashtag #NinaenPeligro, bambina in pericolo – si sono aggiunte altre iniziative, come quella del Centro di Documentazione e Studi (Cde), che non solo chiede la depenalizzazione dell’aborto in caso di gravidanza da stupro o incesto, ma denuncia anche il modo in cui le autorità hanno affrontato il caso specifico.

Risulta “spropositato” – spiega il Cde – che la madre della bimba che aveva chiesto che autorizzassero l’aborto della figlia sia in carcere senza poter aiutarla. Lei stessa aveva presentato una denuncia per gli abusi di cui era vittima la ragazzina, denuncia respinta però dalla procura competente.