Ratzinger: “Pedofilia si è diffusa nella Chiesa dopo il collasso morale del ’68”

di redazione Blitz
Pubblicato il 11 aprile 2019 22:19 | Ultimo aggiornamento: 11 aprile 2019 22:19
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Ratzinger: “Pedofilia si è diffusa nella Chiesa dopo il collasso morale del ’68” (foto Ansa)

CITTA’ DEL VATICANO  – “Come ha potuto la pedofilia raggiungere una dimensione del genere? In ultima analisi il motivo sta nell‘assenza di Dio“.

Sta già facendo e farà molto discutere il testo di Benedetto XVI sugli abusi sessuali nel clero: un contributo in forma di “appunti” che, rompendo clamorosamente il silenzio dal suo eremitaggio nell’ex monastero Mater Ecclesiae, in Vaticano, e concordandone la pubblicazione col cardinale segretario di Stato Pietro Parolin e lo stesso papa Francesco, Joseph Ratzinger ha voluto dare alla discussione “sulla crisi della fede e della Chiesa”, a poco più di un mese dal summit in Vaticano sulla protezione dei minori.

Ed è un’analisi impietosa – che sulle conclusioni del vertice di febbraio vuol porre il timbro della riflessione teologica propria dell’ex-professore divenuto Papa – quella delle 18 pagine in uscita sul mensile tedesco ‘Klerusblatt’, anticipata in Italia dal Corriere della Sera, che fa affondare l’origine dell’esplosione della pedofilia nel “collasso morale” concomitante, per Ratzinger, con la “rivoluzione” del ’68.

Una società in cui “Dio è assente” “è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano”, spiega. Diviene così “addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo”. È il caso della pedofilia: “teorizzata ancora non tanto tempo fa come del tutto giusta, essa si è diffusa sempre più. E ora, scossi e scandalizzati, riconosciamo che sui nostri bambini e giovani si commettono cose che rischiano di distruggerli”.

Che ciò potesse diffondersi nella Chiesa e tra i sacerdoti “deve scuoterci e scandalizzarci in misura particolare”. La radiografia scattata dal Papa della clamorosa rinuncia prende in esame gli ultimi 50 anni: e qualcuno potrà dire che abusi tra i chierici e loro coperture da parte delle gerarchie risalgono a molto prima, almeno agli anni ’40, come mostrano casi eclatanti tra cui la vicenda Maciel o i dossier delle autorità Usa, irlandesi, australiane, solo per dirne alcune.

“Tra le libertà che la Rivoluzione del 1968 voleva conquistare c’era anche la completa libertà sessuale, che non tollerava più alcuna norma”, scandisce il Papa emerito parlando di “collasso spirituale”. E “della fisionomia della Rivoluzione del 1968 fa parte anche il fatto che la pedofilia sia stata diagnosticata come permessa e conveniente”. E’ allora ma “indipendentemente da questo sviluppo”, rileva Benedetto, che c’è stato “un collasso della teologia morale cattolica che ha reso inerme la Chiesa di fronte a quei processi nella società”.

E’ l’era post-Conciliare, ma è “sul finire degli anni ’80 e negli anni ’90” che, secondo Ratzinger, “la crisi dei fondamenti e della presentazione della morale cattolica raggiunse forme drammatiche”. Da ex prefetto del Sant’Uffizio, Benedetto non manca di spezzare una lancia per papa Wojtyla – discusso per le coperture agli abusi prassi comune sotto il suo pontificato – specialmente per aver promosso l’enciclica ‘Veritatis splendor’, “che potesse rimettere a posto queste cose” e che suscitò “violente reazioni contrarie da parte dei teologi morali”.

Ma il problema è che “questa dissoluzione dell’autorità dottrinale della Chiesa in materia morale doveva necessariamente ripercuotersi anche nei diversi spazi di vita della Chiesa”. Soprattutto, a proposito del tema-chiave della formazione dei preti, “in diversi seminari si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima nei seminari”. Altro punto trattato, le carenze giuridiche in campo canonico e l’insufficienza negli anni ’80, come pena ai colpevoli, della “sospensione temporanea dal ministero sacerdotale”.

Ma Ratzinger punta il dito anche contro l’eccesso di “garantismo” in sede penale, allora l’unico – dice – a essere ritenuto “conciliare”: “dovevano essere garantiti soprattutto i diritti degli accusati e questo fino al punto da escludere di fatto una condanna”. Un aspetto in cui l’ex prefetto della Dottrina sembra togliersi dei sassolini dalle scarpe: “come contrappeso alla possibilità spesso insufficiente di difendersi da parte di teologi accusati, il loro diritto alla difesa venne talmente esteso nel senso del garantismo che le condanne divennero quasi impossibili”.

Fonte: Ansa