Arcore, prostituzione, sesso. La colpa non è sempre donna

Pubblicato il 6 Febbraio 2011 19:03 | Ultimo aggiornamento: 4 Marzo 2015 13:54

Le “Arcore’s night”, il loro racconto fatto dalle intercettazioni telefoniche finite su tanti giornali, la descrizione e la parodia – amara – di quello che la stampa straniera ha defiinto “l’harem di Silvio”, quelli che già nei racconti-citazioni di WikiLeaks erano i “wild parties” hanno riacceso un po’ di vigore nella critica femminile e femminista.

Le donne italiane, e non solo, si sono ricordate che forse è arrivato il momento di dire basta ad un trattamento delle femmina, ragazzina o anziana signora, ridotta al ruolo di oggetto sessuale.

Ma il dito delle stesse donne si rivolge contro le loro simili, donne anch’esse, che hanno fatto un uso lucroso della loro femminilità. Ci si dimentica di capire, senza per questo magari giustificare, che, se una donna offre quel che ha per nascita, è perché c’è qualcuno che vuole quel che viene offerto. Una basilare legge del mercato nota anche a chi di mercato è poco pratico.

E se alcune donne tanto nominate in questi giorni magari si sono a loro modo “arricchite” con questo tipo di “commercio”, altre donne si sono di fatto prostituite per molto meno. Arrivare a quelli che vengono comunemente definiti “compromessi”, con un eufemismo perbenista che a chi sa di cosa davvero si parla fa schifo.

I “compromessi” sono quelli delle lavoratrici che sorridono alle avances e alla battute sessiste, perché se rispondessero a tono sarebbero additate come veterofemministe e probabilmente isolate. Ancora di più sono quelli delle giovani precarie o apiranti tali che, se appena carine, finiscono trattate come “belle e sceme” dagli uomini, o pericolose rivali dalle altre donne. “Compromessi” sono quelli di chi – donna – deve accettare una cena con il capo, o un drink, o altro, non per arrivare chissà dove, ma semplicemente per non finire in mezzo a una strada.

E chi accetta questi compromessi, le cossiddette donne “comuni”, quando torna a casa la sera, o la mattina dopo, il più delle volte non si guarda nello specchio soddisfatta. Non racconta l’impresa alle amiche o a genitori compiaciuti e complici.

Forse allora le avventure di mercimonio – chiamiamolo così – narrate negli scritti del Ruby-gate sono solo una scheggia di uno specchio d’Italia che umilia le donne. E la colpa, appunto, non è solo di chi accetta, ma di chi propone.

(Maria Elena Perrero)