Brexit, la regina Elisabetta: “Entro il 31 ottobre, lo vuole il governo”

di redazione Blitz
Pubblicato il 14 Ottobre 2019 19:59 | Ultimo aggiornamento: 15 Ottobre 2019 0:23
Brexit, la regina Elisabetta: "Entro il 31 ottobre, lo vuole il governo"

La regina Elisabetta (Foto Ansa)

LONDRA  –  Brexit entro il 31 ottobre 2019, senza rinvii, per poi riformare il Regno Unito a colpi di promesse. Senza maggioranza in Parlamento, e alle prese con le difficoltà del negoziato tutt’ora in corso con Bruxelles per un accordo di divorzio che ancora non c’è, il governo conservatore di Boris Johnson rilancia in barba a tutto la sua scommessa, dettandone le linee alla regina Elisabetta nella cornice solenne del Queen’s Speech: il discorso a Camere riunite che di regola segna l’inizio d’una nuova sessione parlamentare, ma che questa volta ha tutto il sapore di un manifesto elettorale.

Alle parole di Sua Maestà, pronunciate a voce bassa e con qualche accenno di raucedine rapidamente superato, viene affidato un testo, letto in poco meno di 10 minuti, che il premier conservatore prova a presentare come un programma “ambizioso” destinato a cogliere “le opportunità” del dopo Brexit. E che invece il leader laburista Jeremy Corbyn liquida, al pari di altri, come “una farsa” velleitaria e “ridicola” concepita da un esecutivo minoritario per trasformare il Discorso della Regina in un’operazione di “propaganda di partito”, in vista dell’inevitabile resa dei conti con le urne.

“La priorità del mio governo – esordisce la sovrana, 93 anni, accompagnata al suo 65° Speech a Westminster dall’eterno erede al trono Carlo – è sempre stata quella di assicurare l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea il 31 ottobre”.

Un addio (nel testo la parola è ‘departure’) addolcito dalla prospettiva di una nuova “partnership, fondata sul libero scambio e su una cooperazione amichevole”, da sancire tuttavia anche con la fine della libertà di movimento: sullo sfondo della garanzia messa nero su bianco che i diritti attuali dei cittadini Ue già residenti nel Regno saranno rispettati “in qualunque circostanza” sino a fine 2020. Ma che dal 2021 si cambierà registro a partire dall’introduzione di un sistema a punti (sul modello di quello adottato in Australia per filtrare gli arrivi) in modo da regolare gli ingressi dei nuovi immigrati attraverso criteri di precedenza (identici per europei e non) legati alle loro “abilità”.

Il programma di BoJo include 26 progetti di legge da approvare se e quando il successore di Theresa May avrà la forza di farlo. Sette riguardano l’attuazione della Brexit e sette una sorta di pacchetto sicurezza improntato allo slogan ‘legge e ordine’, non senza l’impegno a imporre in particolare pene più severe per “i cittadini stranieri” riconosciuti colpevoli di crimini gravi.

Mentre non manca spazio dedicato alla lotta alla violenza domestica, all’incremento delle risorse per le scuole, gli ospedali pubblici, l’assistenza ai malati mentali, alle riforme del trasporto ferroviario, a misure per l’ambiente, la lotta ai cambiamenti climatici e alla diffusione della plastica.

“Un libro dei sogni” e un inganno nel giudizio di Corbyn e di altri oppositori come gli allarmatissimi indipendentisti scozzesi dell’Snp, riuniti a congresso ad Aberdeen, che sfidano piuttosto il primo ministro a scongiurare una “disastrosa” Brexit no deal e poi lasciare che il Paese possa votare sia alle elezioni sia, più avanti, in un secondo referendum sull’accordo di divorzio dall’Ue. Accordo che peraltro resta tutto da raggiungere a Bruxelles, dove anche oggi vi sono stati “colloqui tecnici”, ma dove resta “un grande fossato” da colmare sul nodo chiave di come mantenere il confine aperto in Irlanda.

L’ultimo momento utile per sciogliere la matassa sarà il Consiglio Europeo di giovedì e venerdì. Poi sabato toccherà di nuovo ai deputati di Westminster, convocati in seduta straordinaria come in passato solo in tempi di guerra. Mentre proseguirà parallelamente il dibattito sul Queen’s Speech destinato a chiudersi martedì 22 con un voto che, se fosse negativo per il governo, sarebbe la prima bocciatura dal lontano 1923. Allora il premier Tory Stanley Baldwin si dimise, sebbene non obbligato, passando la mano a un gabinetto di minoranza guidato dal capo dell’opposizione laburista dell’epoca Ramsay MacDonald. Salvo tornare in sella qualche mese dopo, con nuove elezioni: e chissà che la storia non si ripeta. (Fonte: Ansa)