Brexit, Theresa May ce la fa: mozione sfiducia Tory non passa

di redazione Blitz
Pubblicato il 12 dicembre 2018 23:45 | Ultimo aggiornamento: 12 dicembre 2018 23:46
Brexit, Theresa May ce la fa: mozione sfiducia Tory non passa

Brexit, Theresa May ce la fa: mozione sfiducia Tory non passa

LONDRA – Theresa May potrà continuare la trattativa sulla Brexit. La premier inglese ha infatti superato, con più voti del previsto, la sfida sulla mozione di sfiducia dei Tory contro la sua leadership nel partito. Un ostacolo che rischiava di spodestarla nel pieno del negoziato finale sulla Brexit, a costo di far precipitare nel caos tutto l’iter di uscita del Regno Unito dalla Ue. 

Con 200 deputati a favore su 317 May si è vista confermare la fiducia: uno in più dei 199 con cui conquistò la guida del partito nel 2016 dopo le dimissioni di David Cameron seguite alla vittoria del Leave al referendum sulla Brexit del 2016.

La notte dei lunghi coltelli in casa Tory, preparata per settimane, si è consumata in due ore. Ma i coltelli per ora sono spuntati. Sebbene solo per il tempo di “completare una Brexit ordinata”, come puntualizzato nel decisivo appello dell’ultimo minuto condito dalla promessa di farsi da parte prima delle elezioni del 2022

A tramare l’agguato era stata l’ala dei brexiteers ultrà – guidata dal rampante Jacob Rees-Mogg e dietro le quinte da Boris Johnson – capace dopo mesi di manovre, minacce e preannunci di mettere infine insieme le 48 lettere necessarie di deputati favorevoli alla sfiducia, pari al quorum richiesto del 15% del gruppo parlamentare. Di qui la convocazione del voto da parte di Graham Brady, presidente del Comitato 1922, l’organismo che da quasi un secolo sovrintende alle spietate rese dei conti interne al Partito Conservatore.

Un voto segreto, affidato al giudizio senz’appello dei 317 membri Tories titolari oggi d’un seggio alla Camera dei Comuni (May compresa) che tuttavia non ha permesso loro di avvicinarsi al 50% più uno degli aventi diritto, ossia a quota 159. Al contrario è stata May a incassare la conferma del sostegno di 200 colleghi, uno in più dei 199 che nel 2016 la portarono a succedere a David Cameron.

Una resa dei conti che si è consumata dopo i colloqui supplementari di Bruxelles, Berlino e L’Aia alla ricerca di “rassicurazioni” aggiuntive sul backstop: il meccanismo vincolante di salvaguardia sul confine aperto fra Irlanda e Irlanda del Nord che rende per ora indigeribile l’intesa ai dissidenti della sua maggioranza parlamentare. Per questo Theresa May ha rinunciato a una successiva tappa a Dublino e si è fermata a Londra decisa ad “affrontare la sfida”, per poter “portare a temine il lavoro” come chiarito fin dal mattino in un discorso alla nazione all’ombra dell’albero di Natale di Downing Street e poi nel Question Time ai Comuni.

I suoi richiami per parare il colpo sono stati all’insegna dell’ultimatum. Cambiare leader ora “sarebbe irresponsabile”, le ha dato una mano il veterano Ken Clarke, deputato Tory eurofilo pronto ormai a riallinearsi alla sua strategia. Se cado io i tempi per trovare un nuova leader imporranno di “rinviare o revocare” l’articolo 50 di notifica della Brexit, ha avvisato la premier. E far quindi slittare o saltare l’addio dell’isola all’Ue fissato per il 29 marzo 2019.

Un bivio, insomma, le cui incognite hanno alla fine trattenuto 200 deputati, non senza suscitare trepidazioni sui mercati, a Bruxelles e nelle altre capitali europee. Dove alla possibilità di aiutare lady Theresa a strappare una ratifica dell’accordo di novembre – se non altro per evitare l’horror vacui di una Brexit sospesa nel nulla – c’è ancora chi ci crede, a cominciare dal premier irlandese Leo Varadkar, parte interessata come nessun’altra a un compromesso. Ma c’è anche chi, come Angela Merkel, mostra di essere sul punto di perdere la pazienza e ricorda che un’intesa sul tavolo esiste e nessun leader britannico, vecchio o nuovo, “può ritrattarla”.