Debito, banche, elezioni: i guai di Francia e Germania

di Antonio Sansonetti
Pubblicato il 25 ottobre 2011 13:54 | Ultimo aggiornamento: 25 ottobre 2011 14:00
Nicolas Sarkozy Angela Merkel  Silvio Berlusconi

Berlusconi con la Merkel e Sarkozy (Ap-Lapresse)

ROMA – Silvio Berlusconi… Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, che domenica ridevano dell’inaffidabilità del loro collega italiano, hanno trovato in lui il “papi espiatorio” della crisi europea. Ma né lui né l’Italia sono la causa di tutti i mali dell’Eurozona, premier e debito italiani sono il pericolo più grosso e incombente, ma Francia e Germania hanno i loro guai.

FRANCIA. Se Roma e Atene piangono, o dovrebbero farlo, Parigi sta per smettere di da ridere. Il rapporto deficit/Pil nel 2011 è stato del 5,8% in Francia, ben peggio del 4% italiano e molto lontano dal 2% tedesco. La crisi ha fatto crescere di 20 punti il debito pubblico francese, più di quello italiano che è salito di 14 punti. Il deficit delle partite correnti, la bilancia dei pagamenti con l’estero, è più alto oltralpe (-3,9%) che da noi (-3,5%).

Le banche francesi, nonostante gli aiuti di Stato, sono meno solide di quelle italiane e hanno un punto di fragilità nell’esposizione ai debiti sovrani degli altri Stati. In cassa hanno 118 miliardi di bond francesi contro 84,6 miliardi di bond “a rischio”, di cui 53 italiani. Se noi falliamo, i “cugini” si fanno malissimo. Sarkozy poi ha l’incubo di vedersi togliere la “Tripla A”, che mette alla pari – nel giudizio delle agenzie di rating – il debito pubblico francese con quello tedesco. Sarebbe uno sfregio alla credibilità internazionale del Paese difficile da far digerire agli elettori che nel 2012 voteranno per le presidenziali. E sarebbe un moltiplicatore dei tassi di interesse che la Francia paga sul suoi debito.

GERMANIA. I tedeschi vengono spesso indicati come la soluzione dei problemi dell’Europa, ignorando quanto ne siano stati anche la causa. Banche e risparmiatori hanno praticato una massiccia esportazione di capitali nell’ultimo decennio. Fatto che li ha portati a creare forti squilibri in Europa e a finanziare le bolle speculative. La “pancia tossica” degli istituti di credito tedeschi è stata ben nascosta, a colpi di protezionismo, ai tedeschi stessi e all’Europa.

Le manchevolezze dell’Italia di Berlusconi e della Grecia sono evidenti e clamorose, Atene ha mentito sui suoi conti e truffato i partner, Roma ha giocato sul fatto di essere troppo grande per fallire e quindi prova a farsi salvare dagli altri senza cambiare la spesa pubblica, ma la Germania ad ottobre del 2010 seminò il panico nell’area euro proponendo una clausola di default per chi avrebbe investito in bond sovrani. E  ora propone invece un’assicurazione su chi ha comprato quei bond e ci ha perduto. La Germania che ora fa il guardiano della contabilità europea, ma che ha violato in passato il Patto di stabilità e si è opposta a dare alla Commissione Ue più poteri di sorveglianza.

La Germania della Merkel che impone al premier di italiano di varare in tre giorni riforme drastiche che il Parlamento non potrà votare. Ma è la stessa Merkel che chiede di cancellare il vertice europeo perché il suo parlamento, il Bundestag, non le dà mandato di negoziare. Il Bundestag che, calpestando i diritti politici degli altri paesi europei, vorrebbe votare un testo fatto precedentemente ratificare agli altri Stati (ai quali però non è dato il tempo di sottoporlo ai rispettivi parlamenti). Il Bundestag che comunque non dà mandato alla Merkel perché il cancelliere è in difficoltà, perde colpi a ogni tornata di elezioni, cerca di riguadagnare popolarità proponendo un taglio delle tasse. Ma si sente rispondere così dai Verdi: ”Come si può, di fronte a questa crisi gigantesca, allo stato disastroso del nostro bilancio, ancora proporre questa buffonata dell’abbassamento delle tasse?”.

La Germania che non ha ancora deciso se salvare l’euro e l’Europa oppure ritirarsi nella ridotta di un’Europa dei “nordici” con poco debito ma anche con pochi mercati europei in cui esportare, la Germania, soprattutto, che oscilla anch’essa al vento dei suoi appuntamenti elettorali.