Grecia, referendum tra errori su scheda, assunzioni last minute e minacce

di Redazione Blitz
Pubblicato il 4 luglio 2015 11:28 | Ultimo aggiornamento: 4 luglio 2015 11:28
Grecia, referendum tra errori su scheda, assunzioni last minute e minacce

Grecia, referendum tra errori su scheda, assunzioni last minute e minacce

ATENE – Domenica 5 luglio la Grecia va al voto per dire sì o no al piano europeo. Ma ci va in un clima surreale, con la tensione sociale altissima, l’allarme sull’imminente fine dei soldi nelle banche (si parla di casse vuote già nel martedì successivo al referendum), l’assoluta incertezza su quello che sarà della Grecia e dell’Europa dopo il sì o il no al referendum.  Circola, poi, anche se Yanis Varoufakis la smentisce seccamente, la notizia di un “prelievo forzoso sui conti correnti”. Benzina sul fuoco di un paese disperato e assolutamente incerto sul suo futuro.

Di certo c’è che la partita si giocherà su pochissimi voti. No e sì sono praticamente appaiati, su quasi 9 milioni di elettori decideranno forse 40mila voti di scarto. Un niente. Forbice così ristretta che inevitabilmente porterà con se lo strascico inevitabile sui possibili brogli. Perché di stranezze, in questo referendum, ce ne sono. E non poche. Le riassume, per esempio, Federico Fubini per il Corriere della Sera. 

Innanzitutto c’era un errore nel quesito. Un errore che rendeva la proposta Ue per la Grecia persino peggiore di come fosse in realtà. L’errore è stato corretto, ma il Governo non ha diffuso la notizia e nei seggi non ci sarà nessuna spiegazione della correzione. Scrive Fubini:

Nella traduzione dall’inglese del testo di nove pagine sul quale otto milioni e mezzo di elettori sono chiamati a votare nel referendum, era finito fuori posto un «no»: nella prima versione, pubblicata lunedì sul sito del ministero dell’Interno, si leggeva di una stima dei creditori che portava (in certi scenari) all’insostenibilità del debito. Peccato che il testo originale spiegasse l’opposto: «Non ci sono problemi di sostenibilità».
La correzione è arrivata sul sito del ministero solo al terzo giorno di una campagna di sei, dopo che l’agenzia Bloomberg aveva notato l’incongruenza. Ma chi aveva già scaricato il testo europeo sul quale domani si gioca il futuro dell’euro, forse non lo scoprirà mai. Il governo di Alexis Tsipras non ha emesso comunicati per attirare l’attenzione sul nuovo testo. Non ha spiegato la differenza fra le due versioni, di cui la seconda (quella vera) è più favorevole ad Atene.

Ma non è l’unica anomalia. C’è il Consiglio d’Europa, per esempio, che spiega che il referendum non è in linea con gli standard internazionali. Mancano due requisiti: il tempo concesso per riflettere non è sufficiente ed il testo è troppo complesso.

Poi ci sono i provvedimenti ad hoc del governo e le minacce del fronte del sì. Il governo che martedì non ha i soldi per riempire i bancomat ha reso gratuiti i mezzi pubblici e ha assunto, last minute, 230 dipendenti della metropolitana e al giovedì 1.293 bidelli delle scuole. Ma anche il sì, ricorda Fubini, gioca sporco: “Si moltiplicano i casi di imprenditori che invitano i dipendenti a votare per l’accordo se vogliono vedere la prossima busta paga”.

C’è un altro problema. I greci devono votare su una proposta, quella Ue, non solo nel frattempo ritirata. Ma che nella sostanza non conoscono. Ancora Fubini:

gran parte degli elettori non ha accesso alla «proposta dei creditori» (nel frattempo ritirata) su cui si vota. Il ministero dell’Interno non ne ha distribuito copie e il governo non l’ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale all’annuncio della consultazione. Ai seggi il testo non sarà affisso. Le nove pagine in greco sono pubblicate solo sul sito del ministero, in un Paese che – secondo le stime della Commissione europea – resta agli ultimi posti per la diffusione di Internet con la Bulgaria, Cipro e la Romania. Metà della popolazione non si è mai affacciata in Rete, e basta l’uno per cento di quella metà per decidere l’esito del referendum.

E poi ci sono i greci residenti all’estero. Duecentomila. Tanti vista l’incertezza del  voto. A loro il governo non ha pensato: niente voto dall’estero, chi vuole votare deve tornare in patria.

Non basta. C’è un particolare che Fubini elenca per ultimo ma è forse quello che lascia più perplessi:

.Niente tuttavia risulta strano come la scelta, nuova per la Grecia, di far mandare tutte le schede votate direttamente dai 19.160 seggi del Paese al ministero dell’Interno di Atene. Non più alle sedi regionali vicine, come si sempre fatto. A differenza che nel referendum sulla Repubblica nel 1974, gli spazi da barrare del «Sì» e del «No» stanno sulla stessa scheda, non su due distinte, con il «No» favorito dal governo piazzato sopra. Il rischio è che gli scrutatori annullino più facilmente i voti sgraditi. Del resto il comitato del «Sì» avrà un rappresentante per seggio, il «No» tre: uno di Syriza, uno di Alba Dorata (neonazisti) e uno di Anel (estrema destra).

Proprio il leader di Anel Panos Kammenos, ministro della Difesa, giovedì ha notato che la sicurezza interna al Paese è garantita: lo è dalle Forze armate, ha osservato. Sarebbe incostituzionale anche solo dirlo, in un Paese che ha subito una giunta militare. Ma Tsipras, al suo fianco, non ha eccepito. E se sembra un paradosso che il futuro dell’Europa si decida così, forse è perché lo