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Jenna Abrams, la super blogger che… non esiste. E’ un falso dei russi

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Jenna Abrams, la super blogger che… non esiste. E’ un falso dei russi

ROMA – Jenna Abrams, la super blogger che… non esiste. E’ un falso dei russi. Commentava su qualsiasi cosa, si faceva notare e mieteva anche nemici, oltre ad innescare accese discussioni e polemiche. Per un po’ Jenna Abrams su Twitter ha dettato legge, almeno nel ‘trending’ di argomenti e nell’attirare reazioni, comprese quelle di New York Times e Buzzfeed.

Risulta però adesso che il profilo di Jenna Abrams era finto, o meglio, fabbricato ad arte da quella che viene ormai etichettata come la “fabbrica dei troll” russa, ovvero quella Internet Reasearch Agency di base a San Pietroburgo, adesso individuata negli Usa come uno degli ‘agenti’ di Mosca nel presunto tentativo di gettare scompiglio nella società americana, via Internet.

La punta di diamante in una operazione che ha fatto sì che un terzo degli americani attingesse informazioni e notizie su Fb da account falsi e manovrati da Mosca. Dal punto di vista del social management il profilo Jenna Abrams è un capolavoro del genere: piattaforme integrate (70mila follower Twitter, un account di crowdfunding su GoFundMe, un blog), profilo basso da un punto di vista politico fino al momento della campagna elettorale, fino all’attacco mirato e pressante contro Hillary Clinton. Fino a questo post, addirittura “segregazionista” su Medium, “Perché abbiamo bisogno di tornare alla segregazione”:

L’umanità ha chiuso il suo cerchio. Non importa quanti attivisti di qualsiasi colore sono morti per sbarazzarsi della segregazione, e hanno combattuto per l’inclusione, i neri la rivogliono. Persone libere al 100% hanno fatto la loro scelta, e la loro scelta è la segregazione.

Da un generico e corrivo “politicamente scorretto” incentrato su temi più prosaici come il gossip, Jenna Abrams si fa attivista di destra-destra, arrivando a posizioni revisioniste su schiavitù e segregazione: “A tutti coloro che odiano la bandiera confederata. Sappiate che la bandiera e l’intera guerra non c’entravano con la schiavitù, c’entravano con il denaro”, postava nei giorni del suprematismo bianco razzista che Trump associava alle proteste di chi voleva bloccarne le manifestazioni.

 

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