Referendum Scozia, si vota. Sondaggi: no in vantaggio. Ue teme il sì

di Maria Elena Perrero
Pubblicato il 18 settembre 2014 9:36 | Ultimo aggiornamento: 18 settembre 2014 9:36
Referendum Scozia, si vota. Sondaggi: no in vantaggio. Ue teme il sì

Scozzesi al voto (Foto Ansa)

ROMA –  “Dovrebbe la Scozia essere un Paese indipendente?”: venerdì 19 settembre si saprà se la maggior parte degli scozzesi pensa di sì. Gli ultimi sondaggi vedono una risicata vittoria del no, le scommesse premierebbero di più un sì (dato molto meno probabile) e uno scozzese di origine come Rupert Murdoch, abituato a sostenere il vincitore, evita di schierarsi apertamente, tanto il risultato è inatteso. Il suo Times, intanto, titola sul “D-Day per l’Unione”, il Guardian parla di “Giorno del destino”, il Sun edizione britannica scrive “Meglio insieme”, lo scozzese The Scotsman ribadisce il concetto di “Giorno del destino”, l’Herald parla addirittura di “Giorno del giudizio”.

Ad aspettare la decisione, ovviamente, non è solo Edimburgo, gli scozzesi e il governo autonomo del premier Alex Salmond. Gli occhi di Londra sono puntati sul referendum dell’anno. Nei giorni scorsi c’è stata una gara ad elencare i rischi di una vittoria del sì: le banche e i capitali fuggiranno, la sterlina e la Borsa crolleranno, la Scozia si ritroverà con tanti sogni in mano, speranze di un nuovo welfare, energia verde e petrolio, e nulla più.

Se non altro questo voto ha avuto il merito di compattare la classe politica britannica, con un appello ad una voce sola dei tre leader David Cameron, premier e conservatore, Nick Clegg, vicepremier e liberaldemocratico, ed Ed Miliband, numero uno dei laburisti. Anche l’ex premier Gordon Brown, scozzese, ha chiesto ai connazionali di votare no. I laburisti sanno che perdere la Scozia vorrebbe dire perdere un bacino di voti fondamentale.

Ma anche Bruxelles e l’Europa tutta guardano al voto del 18 settembre, il primo, in Scozia, in cui sono chiamati a dire la loro anche i sedicenni. Se vincesse il sì si profilerebbe un precedente per tutti gli aspiranti secessionisti: Fiandre, Catalogna, magari il Veneto. E, per tornare ad un conflitto tanto vicino all’Europa, i casi Transnistria, Crimea e Donbass potrebbero essere visti sotto un’altra prospettiva. Se l’aspirazione all’indipendenza e alla disunione viene legittimata nel Regno Unito perché non dovrebbe esserlo anche altrove?