Sinn Fein rivoluziona l’Irlanda: boom al voto per l’ex braccio politico dell’Ira a trazione socialista e guida femminile

di Redazione Blitz
Pubblicato il 10 Febbraio 2020 12:24 | Ultimo aggiornamento: 10 Febbraio 2020 13:37
Sinn Fein rivoluziona l'Irlanda: boom al voto per l'ex braccio politico dell'Ira a trazione socialista e guida femminile

Irlanda. La leader di Sinn Fein Mary Lou McDonald (Ansa)

ROMA – La maggioranza assoluta dei seggi resta lontana e verosimilmente non andrà al governo. Ma il nuovo Sinn Fein a trazione femminile è da oggi il primo partito. Un attore chiave della politica di un’Irlanda alle prese con la Brexit dell’incombente vicino britannico. Bollato come braccio ideologico della guerriglia della disciolta Ira all’epoca sanguinosa dei Troubles, fra repressione e attentati, esce in veste di vero vincitore dalle elezioni irlandesi. 

Con la guida di Mary Lou McDonald raggiunto il 24,5%

Il partito della sinistra nazionalista di Mary Lou McDonald sale al 24,5%. E prova a riaprire i giochi sul governo, davanti a entrambi i partiti moderati storicamente dominanti. Il Fianna Fail di Micheal Martin (liberali) al 22,2% e il Fine Gael del premier Leo Varadkar (Ppe) al 20,9.

A 20 anni dagli accordi di pace del Venerdì Santo 1998, e dopo essere già stato ampiamente sdoganato come realtà di governo locale a Belfast, lo Sinn Fein realizza alle urne anche nella Repubblica l’avanzata che gli ultimi sondaggi gli avevano pronosticato. Rompendo un secolo di equilibri cementificati. Il macchinoso meccanismo di voto – sullo sfondo di un sistema proporzionale trasferibile, con indicazioni delle seconde e terze preferenze – non permetterà d’avere un risultato consolidato prima di domani e la proclamazione ufficiale più in là.

Difficile che Fianna Fail, che non è più il primo partito per numero di deputati, possa lasciare sulla poltrona di primo ministro il modernizzatore Varadkar. E cioè il più giovane capo di governo del Paese moderato se non conservatore in economia e politica estera. Ma primo gay dichiarato, primo figlio di padre immigrato e protagonista della legalizzazione dell’aborto in quella che fu la cattolicissima isola verde.

Sinn Fein: agenda corbyniana e orgoglio nazionale

A fare il pieno, viste le posizioni di partenza, è tuttavia indiscutibilmente lo Sinn Fein, che potrebbe eleggere 36 dei soli 42 candidati presentati in 39 circoscrizioni. Con indicazioni da primo partito fra gli elettori under 50 in tutto il Paese, una valanga fra gli under 24 e riscontri al di sopra di ogni precedente persino nel voto di opinione di città come Dublino. O come Cork, dove un outsider poco noto sembra lasciarsi clamorosamente alle spalle sia Martin, numero uno del Fiamma Fail e pretendente premier; sia Simon Coveney, numero due dei Fine Gael, ministro degli Esteri del governo Varadkar e protagonista dei negoziati sulla Brexit con Bruxelles e Londra.

Risultati resi possibili, stando a numerosi analisti, soprattutto dalla piattaforma sociale ed economica di sinistra radicale proposta dallo Sinn Fein su temi sensibili come sanità o caro alloggi, in nome della lotta a quelle disuguaglianze che il rilancio del Pil e dei dati sull’occupazione di questi anni non è riuscito a stemperare e a colpi d’invocazioni a una maggiore spesa pubblica in stile corbyniano.

E meno dal fatto di aver innalzato da sempre la bandiera del sogno dell’unificazione con l’Irlanda del Nord. Obiettivo rischioso che del resto tutti i partiti repubblicani condividono sulla carta, e che McDonald rinvia a un referendum di là da venire. Da chiedere entro 5 anni se i contraccolpi della Brexit dovessero davvero avvicinarlo.

Quale governo? Patto a due per tener fuori Sinn Fein

Rimane in ogni modo da vedere, numeri definitivi alla mano, quale governo si potrà formare nel prossimo Dail, il parlamento di Dublino secondo la denominazione gaelica. L’ipotesi più plausibile è ancora quella di un qualche accordo tra i vecchi rivali quasi gemelli del Fine Gael e del Fianna Fail, imposto dalla necessità. Ma bisognerà vedere guidato da chi. Sempre che non si renda obbligatorio il ricorso ai partiti minori (Verdi, Laburisti, Socialdemocratici). O che la conventio ad excludendum ribadita in campagna elettorale sia da Varadkar sia da Martin contro lo Sinn Fein non finisca per traballare. Come qualche commentatore inizia già a ventilare. (fonte Ansa)