La Spagna vota, l’instabilità resta: rivincono i socialisti, l’ultradestra di Vox raddoppia. Governo lontano

di Redazione Blitz
Pubblicato il 11 Novembre 2019 9:18 | Ultimo aggiornamento: 11 Novembre 2019 12:49
Spagna al voto, rivincono i socialisti ma rebus governo

Il premier socialista spagnolo Pedrro Sanchez (Ansa)

ROMA – Per la quarta volta in altrettanti anni (dal dicembre 2015) la Spagna è andata al voto per rinnovare il Parlamento, e per la quarta volta consecutiva nessun partito è riuscito ad ottenere la maggioranza.

Rivincono i socialisti, ma niente maggioranza

Come già accaduto in aprile, il primo partito è quello socialista (PSOE) guidato dal premier uscente Pedro Sanchez. Con il 28% dei voti, Sanchez ha sostanzialmente replicato il risultato di aprile (28,7%) ma non ha centrato il suo obiettivo. Non solo perché ha perso seggi invece di guadagnarne (120 contro 123), ma perché le condizioni per formare un’alleanza di governo non sono cambiate, ed anzi ora non ha più alibi. Alla sua sinistra, Podemos perde leggermente terreno rispetto ad aprile (35 seggi) ma meno del previsto, nonostante abbia subito una scissione, quella di Más Páis (MP), che i sondaggi della vigilia avevano piuttosto sovrastimato.

Popolari al 20%, l’ultradestra di Vox raddoppia i seggi

Vincitori morali di queste elezioni possono certamente dirsi i partiti di centrodestra: i Popolari (PP) guidati dal giovane Pablo Casado tornano sopra il 20% e crescono di oltre 20 seggi, mentre i nazionalisti di Vox si consacrano come terza forza politica in Spagna, superando il 14% e più che raddoppiando i loro seggi alla Camera (da 24 a 52). Nonostante il risultato positivo di PP e Vox, però, le possibilità che si formi una maggioranza di centrodestra sono pressoché nulle.

Tutto ciò che i due partiti hanno guadagnato – sia in termini di voti che di seggi – è stato praticamente compensato dal crollo dei liberali di Ciudadanos, che ad aprile erano arrivati ad insidiare i Popolari come seconda forza politica e che oggi invece si ritrovano drasticamente ridimensionati, sotto il 7% e con soli 10 seggi. Il “modello Andalusia” ossia la coalizione tra PP, Vox e Ciudadanos, si ferma così a 150 seggi, molto lontano dalla soglia di 176.

Rebus governo

Le opzioni per una maggioranza non sono molte: una “gran coalicion” PSOE-PP supererebbe agevolmente i 176 seggi, ma è un’eventualità decisamente improbabile, visti i precedenti storici e la cultura politica prevalente in Spagna (dove i partiti sono poco inclini a formare coalizioni post-elettorali, e cercano di formare governi monocolore). Entrambe le “coalizioni” – termine improprio, poiché ciascun partito si presenta per sé – sia quella di sinistra (PSOE-UP-MP) che quella di destra (PP-Vox-Cs) non arriverebbero nemmeno a 160 seggi. Entrambe sono da escludere, quindi? Gli spagnoli sono condannati a tornare al voto ad oltranza?

Astensioni strategiche

In realtà, in Spagna non è strettamente necessaria la maggioranza assoluta dei seggi per formare un governo: se non la ottiene alla prima votazione, al premier incaricato basta avere più voti a favore che contro nella seconda votazione. Un ruolo chiave lo giocano quindi le astensioni “strategiche”: nel 2016, proprio grazie a numerose astensioni (68), il governo Rajoy poté insediarsi nonostante i voti favorevoli (PP + Cs) si fermassero a quota 170. Potrebbe ripetersi oggi un simile scenario? In teoria sì, se ci fosse un accordo PSOE-UP-MP e le astensioni di tutti i partiti regionalisti. In quel caso, i loro voti favorevoli sarebbero sufficienti a far partire un governo di sinistra: i voti contrari di PP, Vox e Cs si fermerebbero a 150. Ma mettere d’accordo Sanchez e Iglesias (leader di Podemos) e ottenere l’astensione dei regionalisti non sarà affatto facile – come già si è visto quest’anno. (fonte Agi)