Politica Europa

Svizzera, referendum: no-immigrati “di pancia” ma testa alle banche

Svizzera, referendum: no-immigrati "di pancia" ma testa alle banche

Svizzera, referendum: no-immigrati “di pancia” ma testa alle banche

ROMA – Svizzera, referendum: no-immigrati “di pancia” ma testa alle banche. Tranne l’Udc nessun partito in Svizzera s’era sognato di proporre un referendum anti-immigrati: le conseguenze di un voto di “pancia” espresso dal popolo però mettono in profondo imbarazzo il Governo elvetico, perché la reintroduzione delle quote per i lavoratori stranieri,europei compresi (conseguenza automatica della consultazione) mette a rischio la convivenza politica nell’Europa delle 4 libertà fondamentali. Concetto che vola alto ma che determina ricadute pratiche e immediate. A partire dai complicati negoziati sullo scambio dei dati bancari.

“Il mercato interno e i quattro pilastri sono indivisibili ed è impossibile accettare una separazione fra la libera circolazione degli individui e quella dei capitali”, ha detto il ministro greco per gli Affari Esteri Evangelos Venizelos, attualmente presidente di turno del Consiglio dei ministri degli affari europei. No immigrati, no soldi, si potrebbe tradurre. E dall’Unione una rappresentazione chiara delle conseguenze, leggi ritorsioni, è stata già formalizzata, anche se non ufficialmente. La patata bollente è nelle mani del governo svizzero perché per l’Unione nulla cambia finché Berna non denuncerà l’intesa del 2002 sulla libera circolazione delle persone sulla scorta delle indicazioni referendarie.

Tocca insomma alla politica svizzera muoversi, e non è un compito invidiabile. Con l’esclusione dell’Udc che l’ave­va proposto, tutti i partiti di go­verno e le associazioni di catego­ria avevano chiesto agli elettori di bocciare il “referendum della discordia”. La sua inattesa approvazione, seppur di misura, getta in una crisi di credibilità la politica elvetica e solleva un autentico vespaio internazionale che costringe ad affrontarlo pro­prio coloro che avevano cercato di impedirlo. (Roberto Fabbri, Il Giornale)

Il governo di Berna non ha nessuna intenzione di far decadere tutta una serie di accordi già sottoscritti (come si è affrettato a dichiarare il ministro degli Esteri, il malcapitato Didier Burkhalter) che discendono appunto dalla libertà fondamentale del movimento delle persone messa in pregiudizio dall’esito del referendum. Si tratterà, si percorreranno ristretti margini di manovra, ma senza un riesame interno della legislazione elvetica in tema di immigrazione il rischio isolamento per la Svizzera è davvero elevato. E una Svizzera isolata fa paura anche all’Europa unita, a prescindere da quella rappresentata dall’affermazione dei populismi anti-europeisti variamente attraversati da pulsioni xenofobe, in vista delle elezioni europee di maggio, quello sì un vero referendum sull’euro.

Sempre ieri è stata confermata la notizia che Bruxelles ha sospeso negoziati tecnici sull’import-export di elettricità con la confederazione. Nel frattempo, la Svizzera sta discutendo animatamente su come affrontare il nodo con gli europei, tenuto conto che vuole preservare l’accesso al mercato unico. Berna è consapevole che l’esito del referendum indebolisce il Paese sul piano internazionale e complica la sua posizione nei negoziati sullo scambio automatico di dati bancari. Interpellata dalla stampa locale, una giurista svizzera, Astrid Epiney, ha parlato della possibilità che quote di immigrati vengano adottate nella Costituzione, ma solo per i cittadini non europei. (Beda Romano, Il Sole 24 Ore)

 

 

 

 

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