Elezioni del 27-28 marzo: il federalismo all’italiana è una babele elettorale

Pubblicato il 22 Marzo 2010 10:27 | Ultimo aggiornamento: 22 Marzo 2010 10:27

La babele elettorale delle leggi regionali

Il 27 e il 28 marzo si vota per le elezioni regionali. Il federalismo all’italiana si presenta come una babele elettorale con regole diverse da regione a regione su sbarramenti, premi di maggioranza e preferenze.

Per sbarcare nel consiglio regionale di Calabria e Puglia, ad esempio, bisogna raggranellare almeno il 4% dei voti nelle circoscrizioni, in Toscana la soglia del 4% è calcolata anche in relazione ai candidati presidenti mentre nelle altre regioni basta il 3%, o il collegamento con un gruppo di liste che ottenga almeno il 5%.

In Campania la coalizione che esce vincitrice dalle urne occupa il 60% dei seggi in consiglio, nelle altre regioni può fermarsi al 55%. In alcuni parlamenti regionali il numero massimo dei componenti è fisso, in altri può essere datato dal premio di maggioranza. Agli elettori di solito è consentito esprimere una preferenza ma non per i toscani. Più fortunati i campani, che di preferenze ne possono esprimere due, purché siano politicamente corrette: per tutelare la parità di genere, la regione impone agli elettori interessati alla doppia scelta di scrivere il nome di un uomo e quello di una donna.

Ma da quando sono cambiate le regole? Bisogna partire dalla legge Tatarella del 1995 (la 43), che ha fissato l’impalcatura su cui le singole regioni hanno agito di fantasia. La Tatarella, ritoccata nel 1999 con la legge costituzionale 1 che ha introdotto l’elezione diretta dei presidenti, prevede il proporzionale, articolato su liste provinciali (le circoscrizioni coincidono con le province) e liste regionali collegate ai candidati presidenti (i “listini”); queste ultime concorrono per il premio di maggioranza (al 55% o al 60% a seconda delle dimensioni del successo) riservato alla coalizione che esprime il presidente eletto.

All’impianto originario rimangono fedeli, per ora, Lombardia, Veneto, Liguria ed Emilia Romagna, accompagnate dal Piemonte che ha modificato solo le regole per la presentazione delle liste. Tutti gli altri hanno agito di restyling, fino all’ultimo intervento della Calabria che ha ritenuto indispensabile prevedere nel nuovo statuto un aumento dei posti da consigliere.