“Salvare Alcoa impossibile”. Ricolfi: sussidi agli operai, chiudere l’impianto

Pubblicato il 11 settembre 2012 11:31 | Ultimo aggiornamento: 11 settembre 2012 11:42

alcoaROMA – “Disposti a tutto”, come si definiscono i lavoratori dell’Alcoa, promettono una protesta eclatante al giorno per scongiurare la chiusura degli stabilimenti, per difendere la propria dignità. Ieri (10 settembre) gli scontri davanti al ministero dello Sviluppo Economico, oggi l’occupazione all’alba del traghetto che li riportava in Sardegna. Ma il Governo, lo Stato, le istituzioni sono disposte a tutto anche loro per il salvataggio di una fabbrica strutturalmente in perdita, sono disposti a tutto per mantenere artificialmente in vita i posti di lavoro dell’Alcoa che in 15 anni sono costati ai contribuenti 200 mila euro a posto?

Non dovrebbero, ammette con pudore ma senza ipocrisie Luca Ricolfi su La Stampa. “Perché da noi il salvataggio è impossibile”, questo il titolo del suo editoriale di oggi, affronta con lucidità il problema della insostenibilità di una situazione che per troppo tempo si è ignorato o fatto finta di risolvere, scaricando i costi in perdita sulla collettività. Già le autorità europee erano state costrette ad aprire un’inchiesta su Alcoa, per costringerci a farci accettare ciò che tutti quanti sapevano, compresi gli americani che ne beneficiavano indirettamente: quelli destinati ad Alcoa sono ed erano aiuti di Stato. Un vulnus alla concorrenza, non si discute.

Si può discutere, e anzi si deve, degli esorbitanti costi dell’energia in Italia. All’Alcoa, per esempio, erano concesse tariffe elettriche superagevolate, in un Paese dove il costo dell’energia più alto del 30% rispetto alla media europea. Quelle agevolazioni sono pagate dai contribuenti, cioè da tutti noi con le maggiorazioni nelle bollette. Senza, gli americani chiudono tutto e se ne vanno in Arabia Saudita a costruire il loro mega-impianto per la produzione di alluminio con costi energetici, a occhio, più bassi.

Che cosa si può fare per difendere quei posti di lavoro, allora? La risposta di Ricolfi è netta: “Mi spiace essere crudo, ma la sola risposta che mi sento di dare è: niente”. Cioè, spiega, niente che assomigli a una scelta industriale, perché lì non c’è niente da fare. Si può agire solo da un punto di vista assistenziale, quei lavoratori non sono diversi da altri per i quali si ricorre a qualche forma di sostegno al reddito. E, ma anche questa è un’emergenza, procedere all’apertura del dossier infinito su tutti i sovraccosti che inibiscono un’impresa dall’operare e investire in Italia. Dai tempi biblici della burocrazia, alla corruzione, al carico fiscale eccessivo, ai prestiti bancari.

Come Alcoa, come il Sulcis (anche qui un costo di 200 mila euro a posto per la collettività), come, per altri motivi l’Ilva a Taranto, sembra un’altra volta di trovarci di fronte a un vicolo cieco. Agli operai dell’Alcoa, le vittime più esposte di un sistema in crisi, non si può rimproverare nulla, non i modesti salari, non l’assenteismo, non la professionalità. A costoro non si può dire, come spesso dice il ministro Fornero che “il lavoro non è un diritto, bisogna meritarselo anche con il sacrificio”. Rischiamo, come nota Chiara Saraceno su Repubblica, di reintrodurre distinzioni anacronistiche e darwiniane tra lavoratori, come nell’Ottocento tra “poveri meritevoli e e immeritevoli”.

Non serve, non è utile, prosegue Saraceno, l’atteggiamento da salvatori della Patria, che più di una volta tenta questo o quel ministro, dal presidente del Consiglio all’attivissimo Corrado Passera. Questo governo ha ricevuto in eredità le rovine di un sistema industriale in crisi, tra scelte antieconomiche e sussidi a pioggia per conservare voti  pagati con posti di lavoro: “anche se non pochi di coloro che ne fanno parte (del governo) hanno avuto nojn irrilevanti responsabilità politiche ed economiche in passato” (Saraceno).