Udine. “Riabilitate 4 Alpini fucilati. Unica colpa un piano alternativo”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 5 settembre 2014 15:24 | Ultimo aggiornamento: 5 settembre 2014 15:44
Alpini fucilati per aver proposto un piano alternativo: "Riabilitate i 4 fusilâz di Cercivento"

Un quadro che rappresenta la fucilazione dei quattro alpini di Cercivento, il 1° luglio 1916 (Messaggero Veneto)

CERCIVENTO, UDINE – Erano i proletari di quella “grande proletaria” (cit. Giovanni Pascoli) che nell’aprile del 1915 era scesa in guerra contro l’impero Austro-Ungarico e la Germania. In tantissimi morirono nella grande mattanza delle trincee, in molti furono sacrificati in operazioni spericolate, non pochi furono fatti fucilare dai generali piemontesi. L’ottusità degli alti comandi, che stavano perdendo la guerra, portò tanti soldati italiani davanti al plotone d’esecuzione. Per diserzione, certo, ma spesso anche per insubordinazione. Oltre alle fucilazioni ci furono le decimazioni per le insubordinazioni di reparto: uno fucilato a caso ogni dieci.

Oltre all’ingiusta pena capitale, assegnata spesso senza processo o con un processo sommario, ai fucilati è toccata anche la damnatio memoriae, la condanna al disonore, il fatto di essere ricordati come traditori e disertori, oltre alla medaglia d’onore negata anche a chi aveva compiuto imprese eroiche. Un dolore doppio per le loro famiglie.

Assurda e tragica la storia di quattro alpini, fucilati il primo luglio 1916 dai carabinieri: Silvio Gaetano Ortis da Paluzza, Basilio Matiz da Timau, Giovan Battista Corradazzi da Forni di Sopra, Angelo Massaro da Maniago. La loro colpa fu quella di aver proposto un piano alternativo ai loro comandanti. Successe a Cercivento e i quattro sono ricordati come i fusilâz di Cercivento. Essendo di quei posti, conoscevano rischi e possibilità. E, probabilmente, all’inizio della guerra avevano rifiutato, a loro rischio e pericolo, di arruolarsi con gli austriaci.

In Francia il governo socialista di Lionel Jospin riabilitò i fucilati della prima guerra mondiale. In Italia non è stato fatto niente di simile. Ed anzi nel 2010 è stata respinta, dal consigliere del presidente Napolitano, il generale Mosca Moschin, un’istanza per la riabilitazione dei quattro alpini presentata da Lino Anziutti, sindaco di Forni di Sopra. Ora un vasto schieramento trasversale di enti locali friulani ha redatto e sottoscritto un nuovo appello da presentare a Napolitano e ai vertici dello Stato:

«Signor Presidente, l’Italia ricorda in questi giorni, e lo farà ancora per quattro anni, il centenario della Prima guerra mondiale, un olocausto europeo per il quale non è stata coniata definizione più efficace di quella pronunciata da Papa Benedetto XV: “l’inutile strage“.

Tra i milioni di vittime militari, un certo numero cadde perché passato per le armi, a volte dopo sentenze frettolose emesse dai tribunali militari, a volte “giustiziato” sul posto, senza nessun tipo di processo. Giovani fucilati, e condannati al disonore, perché il Comando supremo era convinto che questi fossero gli esempi di cui l’Esercito italiano aveva bisogno. Tre lustri fa, a Craonne, luogo di massacri e di diserzioni, il premier francese Lionel Jospin cancellò questa damnatio memoriae.

Disse che alcuni uomini, sfiniti dagli attacchi e consapevoli di essere inesorabilmente destinati al sacrificio, scivolando nel fango impastato di sangue e, insieme, in una disperazione senza speranza, avevano rifiutato di essere mandati al macello: “Questi soldati fucilati in qualità di esempio, nel nome di una disciplina il cui rigore è stato pari solo alla ferocia dei combattimenti, vengono oggi pienamente reintegrati nella memoria collettiva nazionale».

«Da alcuni anni, in Friuli, varie persone, parti politiche e amministrazioni, chiedono un gesto di clemenza postuma nei confronti di quattro alpini del battaglione Monte Arvenis fucilati a Cercivento perché la loro compagnia aveva controproposto a un assalto suicida alla cima del Cellon, che sovrasta il passo Monte Croce Carnico, un attacco notturno con il favore delle nebbie. Reiteriamo questa istanza, Signor Presidente, chiedendo che venga allargata a tutti i condannati dai tribunali militari, per reati in qualche modo connessi con le “fucilazioni per l’esempio” e le decimazioni.

Ciò sull’insegnamento di quanto fatto da Francia e Inghilterra, e in ragione della mutata sensibilità nazionale nei confronti della guerra, luminosamente affermata dall’articolo 11 della Costituzione, così come delle recenti modifiche legislative che escludono, per l’Italia, la pena di morte anche in caso di guerra».

«Fiduciosi nella Sua disponibilità a un atto di comprensione e di umana pietà, nei modi e nei limiti che Ella crederà di scegliere, per restituire l’onore a questi caduti italiani nella Grande guerra, ci firmiamo con osservanza».

C’è anche il sostituto procuratore di Padova Sergio Dini, ex pm militare, che assieme ad altri colleghi ha chiesto l’intervento del ministro della Difesa Roberta Pinotti.

“Riteniamo sia veramente giunto il momento di riammettere quei soldati nel seno della Nazione, analogamente peraltro a quanto in tal senso hanno già fatto, nel corso dell’ultimo decennio, tanto la Francia quanto la Gran Bretagna. In passato vi è stata, Sig. Ministro, una iniziativa di taluni discendenti di soldati condannati a morte e fucilati (il riferimento è all’episodio della fucilazione di quattro alpini, a Cercivento, in Carnia, in data 1° luglio 1916, episodio ed iniziativa di riabilitazione su cui è stato altresì scritto un bel libro “La fucilazione dell’alpino Ortis“, Mursia 1999). Quel tentativo di addivenire, per via giurisdizionale, ad una riabilitazione postuma di alcuni condannati a morte è tuttavia naufragata per ragioni di stretto diritto positivo”, ha scritto Dini. “La soluzione che proponiamo alla S.V. sarebbe per contro quella di adottare un “provvedimento clemenziale” di carattere generale, a favore di tutti i condannati a morte del I° conflitto mondiale”.