Amministrative, perché i candidati “nascondono” i simboli di partito?

Pubblicato il 23 Aprile 2011 15:44 | Ultimo aggiornamento: 23 Aprile 2011 15:45

Uno dei manifesti elettorali di Letizia Moratti

ROMA – A giudicare dai manifesti elettorali che tappezzano Milano, Torino, Napoli o Bologna, sembra che i candidati vogliano smarcarsi dai loro partiti. Facce in primo piano, colori della propria campagna elettorale, slogan. Ma i simboli e i colori dei partiti sono molto meno evidenti di un tempo, minore la presenza del nome noto del leader di riferimento o del segretario nazionale.

A Milano la scelta di Letizia Moratti è stata quella di non esporsi troppo insieme a Silvio Berlusconi. Lo provano i manifesti elettorali, lo dicono chiaramente le polemiche di questi giorni sul candidato Lassini e i suoi manifesti anti-pm. Lei ha preso le distanze, cosa non molto gradita dal partito nazionale, tanto che Daniela Santanchè (da sempre vicinissima al premier) ha pubblicamente detto che voterebbe Lassini.

Il caso Moratti ha motivazioni più evidenti, ma anche per altri candidati la scelta è analoga: Giuliano Pisapia (basta vedere il sito dell’aspirante sindaco di Milano per il centrosinistra: nessun simbolo e un color arancione dominante); Piero Fassino a Torino, Luigi De Magistris a Napoli.

Una tendenza osservata anche per le Regionali 2010: Renata Polverini, ad esempio, ha scelto per la sua campagna elettorale manifesti e simbolo personalizzati e lontani dai colori e dalla simbologia berlusconiana.

Ma perché? La motivazione potrebbe risiedere nel fatto che i candidati ai Comuni, alle Province e alle Regioni sono più legati al territorio e spesso possono risentire (anziché ottenere vantaggi in termini di consensi) dalla politica nazionale. I problemi degli enti locali sono quelli più vicini alla gente, la politica nazionale invece potrebbe essere sentito come un agone lontano. Talmente lontano che Letizia Moratti potrebbe scontare pesantemente il non troppo tacito apprezzamento del Pdl ai manifesti di Lassini contro la magistratura. Una mossa che la cauta borghesia milanese potrebbe non apprezzare affatto.