Antitrust e Agenzia nucleare, ennesima “faida” nel Pd: scatta il totonomine

Pubblicato il 22 Novembre 2010 20:10 | Ultimo aggiornamento: 22 Novembre 2010 20:23

Nel Partito Democratico si profila l’ennesimo scontro tra correnti: questa volta l’oggetto della “contesa” dovrebbero essere le nomine dei membri dell’Agenzia per la sicurezza nucleare. Come ha spiegato Giorgio Meletti in un articolo pubblicato su Il Fatto Quoridiano, nel Pd si preparano allo scontro sui nomi da indicare.

Dice Meletti, che “il Pd vuole subordinare il suo voto in Parlamento sulle nomine già concordate alla designazione di un nuovo presidente dell’Antitrust. Se infatti la poltrona lasciata da Antonio Catricalà per andare all’Energia restasse vacante, si avrebbe una presidenza di fatto del commissario superberlusconiano Antonio Pilati”.

Dal canto suo, “l’Italia dei Valori già promette battaglia: “Il vergognoso spettacolo offerto dal governo sulle nomine ai vertici di Consob, Antitrust e Authority per l’energia di questi ultimi giorni è il solito giro di poltrone berlusconiano”, accusa Massimo Donadi, capogruppo alla Camera dell’Idv. Secondo la legge i nomi designati dal Consiglio dei ministri devono essere approvati da due terzi degli aventi diritto. In pratica alla maggioranza basta fare conto sui voti del Pd (e non necessariamente tutti) per chiudere la partita”.

Ma è proprio nel Pd, ha raccontato Meletti, “che è scoppiata la grana, ed esattamente sui nomi. Niente da dire su Catricalà, ma è scontro sui quattro commissari: Luigi Carbone e Guido Bortoni, scelti dal governo, Alberto Biancardi e Valeria Termini, scelti direttamente dal segretario del Pd Pier Luigi Bersani e dal suo vice Enrico Letta”.

Tutto è cominciato, secondo Meletti, dalle “dimissioni del deputato Federico Testa dal ruolo di responsabile per l’energia del partito sono per Bersani un problema complesso. Il deputato veronese per ora non apre bocca e fa sapere che vuole parlare nelle sedi del partito prima che in pubblico. Non è però un mistero che la sua critica, sottolineata dalle dimissioni riguarda non solo il livello delle persone scelte dai vertici Pd, ma soprattutto il metodo della trattativa con il governo Berlusconi: prestarsi a designare due dei quattro commissari implica un accordo spartitorio che in qualche modo ipoteca il voto favorevole del Pd nelle commissioni di Camera e Senato, costringendo di fatto deputati e senatori Pd a dare il consenso anche alle scelte della maggioranza”.

Secondo Meletti “il deputato veronese, che secondo i colleghi di gruppo è apparso nelle ultime 48 ore veramente furibondo, non avrebbe digerito, secondo i suoi critici, di non essere stato proprio lui tra i prescelti per l’Authority. Ipotesi che sarebbe stata sul tappeto prima della scelta netta di escludere parlamentari o ex politici da sistemare. Se il Pd, nella serrata trattativa condotta da Bersani e Letta con il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani e con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, avesse lasciato un varco su questo punto, era pronta la nomina dell’ex sottosegretario berlusconiano Giovanni Dell’Elce.
Ma in generale quello che si profila nel Pd è un confronto sull’uso del potere che il governo (obbligato dalle maggioranze qualificate richieste in Parlamento) ha deciso di spartire con l’opposizione. Su questo dai vertici del Pd non c’è nessun dubbio: le scelte sono di livello eccellente e Bersani è pronto a difenderle in prima persona. Anche perché c’è una novità rivendicata come una successo importante: il Pd porta una donna nell’Authority Energia”.