Associazione Nazionale Magistrati a congresso: “Attacco toghe rischio democrazia”

di redazione Blitz
Pubblicato il 1 Dicembre 2019 17:46 | Ultimo aggiornamento: 1 Dicembre 2019 17:46
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Foto Ansa

ROMA – Con la mozione finale del 34esimo congresso nazionale che si è svolto a Genova, l’Anm, l’Associazione Nazionale Magistrati, i magistrati italiani riaffermano il valore insostituibile dell’associazionismo giudiziario.

Poi ribadiscono che gli attacchi alle toghe sono un rischio per la democrazia: “I magistrati nell’adottare le loro decisioni applicano, interpretandola, la legge e sono guidati dai principi dettati dalla Costituzione e delle Fonti sovranazionali. Non accettarlo significa mettere pericolosamente in discussione l’assetto di una democrazia liberale, significa giocare in modo disinvolto con le garanzie di tutti i cittadini”. L’Anm, nel documento finale del suo congresso a Genova parla della “ricorrente tentazione da parte di esponenti politici di dolersi di iniziative o decisioni giudiziarie”, bollandole come attacchi politici.

Il comunicato del 34esimo congresso dell’Atm

L’Associazione ha assunto nel tempo un ruolo di riconosciuto prestigio, che ne ha restituito l’immagine e la sostanza di soggetto istituzionale. Tale autorevolezza le ha consentito di presidiare con fermezza gli essenziali principi dell’autonomia e indipendenza della magistratura e di interloquire a tutela dei medesimi.

L’Anm, fondando la sua azione sui valori costituzionali comuni a tutti i magistrati, ha dimostrato di esserne fedele baluardo anche quando si è trattato di fornire una prima risposta al recente scandalo che ha investito il Csm. In questo modo, ha dato voce a tutti i colleghi che, con le immediate e affollate assemblee locali, hanno espresso il loro sdegno e chiesto a gran voce un netto cambio di rotta rispetto a ogni degenerazione correntizia.

In questa prospettiva, i diversi gruppi che compongono l’associazione devono recuperare la loro funzione di luoghi di confronto ideale ed elaborazione culturale. Il pluralismo culturale, infatti, rappresenta una ricchezza, costituendo elemento essenziale dell’identità stessa dell’Anm, in seno alla quale le diverse visioni si confrontano e trovano una sintesi sulla base dei valori costituzionali comuni.

Consapevoli del ruolo e dei propri doveri i magistrati italiani ribadiscono, a fronte dei gravi fatti emersi, la centralità dell’etica della funzione giudiziaria e riaffermano come prioritaria esigenza l’adempimento dei doveri di correttezza, trasparenza e decoro nell’esercizio della giurisdizione, in tutti gli organi di governo autonomo e nell’impegno associativo. È necessario coinvolgere nuovamente i magistrati nell’attività associativa, rendere vivo e partecipato il dibattito culturale e far circolare e confrontare le idee.

È necessario abbandonare del tutto l’idea che l’associazione sia un luogo di potere, dove acquisire e consolidare consenso e magari prepararsi per la scalata al Consiglio Superiore della Magistratura o verso altri incarichi. È necessario che, anche in questo ambito, chi decide di dare il proprio contributo, lo faccia con passione e spirito di servizio, impegnandosi a rappresentare i colleghi ed esclusivamente per sostenere valori e idee.

Su questo versante, si pone il tema delle cosiddette incompatibilità. Le incompatibilità approvate dall’assemblea generale del 14 settembre 2019 rappresentano un ragionevole punto di equilibrio, per garantire un presidio rispetto all’individuazione, verificatasi anche in tempi recentissimi, di candidati provenienti direttamente dall’Anm, senza però demonizzare l’impegno associativo e disperdere le competenze e le conoscenze acquisite. Rispetto all’attività del Csm, è indubbiamente essenziale non recidere i legami tra i consiglieri superiori e i gruppi di riferimento che, anzi, nella fisiologia del sistema, rappresentano forma di controllo diffuso e di responsabilità politica per le scelte assunte dai consiglieri. All’Anm non spetta di certo il compito di monitorare e censurare le singole nomine fatte dal Csm.

Sono stati proposti, però, degli interventi per governare in modo trasparente e leggibile le scelte discrezionali ed evitare che possano ripetersi episodi eclatanti che suscitano sconcerto e provocano sfiducia nei magistrati. La discrezionalità è un patrimonio inestimabile del Csm, ma non può essere dilapidato per effetto di decisioni discutibili, non verificabili o reiteratamente annullate dal giudice amministrativo. È quindi non solo possibile, ma anzi auspicabile l’introduzione di regole che evitino sconfinamenti nell’arbitrio e che garantiscano trasparenza e tendenziale prevedibilità delle decisioni.

Possibile correttivo rispetto alle più evidenti distorsioni del recente passato è rappresentato dalla valorizzazione – senza per questo ritornare al criterio, superato senza rimpianti, dell’“anzianità senza demerito” – dell’esperienza concretamente maturata nell’effettivo esercizio delle funzioni giudiziarie. È comunque necessario uno sforzo di elaborazione comune anche per superare le diffuse insoddisfazioni per il sistema delle valutazioni di professionalità, che rappresentano una vera e propria pietra angolare del sistema, incidendo sulle successive valutazioni comparative.

Il tema centrale è quello dell’allargamento o dell’affinamento delle fonti di conoscenza. E’ anche arrivato il momento di chiedere una verifica effettiva sulle cd “medagliette” – significativo termine gergale utilizzato per indicare i titoli collezionati in vario modo dai magistrati per poi essere spesi al momento giusto della nomina – per accertare se corrispondano ad attività svolte con impegno effettivo e conseguendo risultati positivi. Riguardo ai magistrati fuori ruolo è necessario – ed è stato chiesto espressamente dall’Anm – che sia previsto per legge un congruo periodo di rientro in ruolo prima di poter presentare domanda, in tal modo allontanando anche solo il sospetto che si sia tratto vantaggio da esperienze, sicuramente importanti, ma lontane dall’impegno negli uffici giudiziari o che sulla nomina abbia potuto influire l’eventuale vicinanza al potere politico.

Limitazioni di questo tipo devono valere, va ribadito, anche per i consiglieri superiori uscenti. L’auspicio è che non diventi assorbente il dibattito sulle nomine, ma che si discuta anche intorno ai numerosi altri settori di intervento del Csm, tra cui l’organizzazione e la mobilità dei magistrati, aspetti questi che impongono complesse valutazioni di sintesi in cui le tematiche delle concrete risorse a disposizione e delle condizioni di lavoro si intrecciano inevitabilmente con la garanzia della qualità ed efficienza della risposta giudiziaria e del benessere lavorativo. La vera sfida, che riguarda tutti noi – l’Istituzione, i consiglieri superiori, l’Anm, i gruppi associativi ed i singoli magistrati – è quella di riuscire a considerare il Csm come un insostituibile organo di garanzia, al quale è demandato il fondamentale compito del Governo Autonomo della magistratura, e non come il comitato incaricato di riconoscere o negare le aspettative di carriera dei singoli.

L’Anm intende, poi, fornire il proprio consapevole contributo per la riforma, più volte giustamente invocata in questi anni, del sistema elettorale del Csm. L’attuale sistema elettorale, introdotto con il dichiarato intento di limitare il potere delle correnti, ha ottenuto, come esito finale, oltre ad un indubbio allontanamento degli elettori dagli eletti, un perverso effetto contrario, alimentando gli aspetti deteriori del correntismo. Va però ribadita con forza la contrarietà ad ogni forma di sorteggio, sia per gli evidenti profili di incostituzionalità, sia per il tremendo messaggio di sfiducia contro il corpo elettorale dei magistrati.

Non è certo questa la strada per ripristinare rapporti fisiologici e trasparenti all’interno del Csm. Va recuperato, invece, un effettivo rapporto tra elettori ed eletti e vanno individuati meccanismi che, garantendo la rappresentatività delle diverse aree culturali della magistratura, favoriscano la presentazione di una pluralità di candidature. L’accesso in magistratura costituisce un altro tema centrale nell’elaborazione associativa. Ha a che fare non solo con il problema di tempi concorsuali compatibili con le esigenze – anche urgenti – di reclutamento di nuovi magistrati, ma ancora di più con il significato e la finalità del concorso, non a caso scelto dalla stessa Costituzione come regola inderogabile di accesso alla magistratura: previsione di grande saggezza e lungimiranza

. È giudizio largamente condiviso l’insuccesso del concorso di “secondo grado” poiché ritarda irragionevolmente l’ingresso in magistratura delle energie intellettuali migliori, senza aumentare il bagaglio iniziale dei giovani laureati, che possono, anzi, far fatica a liberarsi dell’‘imprinting’ del periodo intermedio prima del concorso.

Auspichiamo, pertanto, che venga portato a termine il percorso legislativo per il ritorno al concorso di primo grado. Purtroppo, si continua a registrare la ricorrente tentazione da parte di esponenti politici di dolersi di iniziative o decisioni giudiziarie, iscrivendole – in modo allusivo o anche espresso – nella categoria degli attacchi politici o criticando le decisioni perché ritenute non conformi all’indirizzo politico del Governo o, addirittura, sentimento della maggioranza dell’opinione pubblica. L’Anm dovrà sempre continuare ad intervenire, ogni volta che saranno ingiustificatamente attaccati singoli magistrati e messe in discussione le prerogative della Magistratura, che non sono privilegio di un ordine ma rappresentano un caposaldo della tenuta degli equilibri democratici del Paese. I magistrati nell’adottare le loro decisioni applicano, interpretandola, la legge e sono guidati dai principi dettati dalla Costituzione e delle Fonti sovranazionali.

Non accettarlo significa mettere pericolosamente in discussione l’assetto di una democrazia liberale, significa giocare in modo disinvolto con le garanzie di tutti i cittadini. L’Associazione deve, poi, essere presente nel dibattito pubblico ogniqualvolta si tratti di quei profili, apportando il proprio contributo di carattere tecnico-giuridico, rafforzato della conoscenza e dalla pratica dirette. L’Anm evidenzia che l’obiettivo di efficienza dell’attività giudiziaria deve puntare prioritariamente alla effettiva realizzazione degli interventi sulle risorse in termini di copertura degli organici di magistrati e personale amministrativo, di revisione delle piante organiche, di dotazioni materiali e informatiche, che consentano effettiva operatività alle riforme processuali. Le quali, in difetto dei primi, rischiano solo di rimanere vuoti proclami di principio.

L’Anm ha chiesto da sempre l’interruzione della prescrizione con la sentenza di condanna di primo grado, per restituire al processo la sua piena efficacia. Lo abbiamo proposto noi stessi anche di recente, e sul punto non abbiamo e non avremo ripensamenti. Alla politica spetta poi il compito di adottare ogni altra iniziativa per una strutturale riforma del processo penale, in ogni caso, indispensabile. La tutela “sindacale” dei magistrati è ormai patrimonio acquisito e resa ancor più effettiva attraverso l’istituzione di un apposito ufficio sindacale che opera prestando assistenza ai singoli, si occupa di questioni di carattere generale e supporta l’attività della Giunta Esecutiva Centrale nel campo delle condizioni di lavoro dei magistrati.

Ma il consolidamento di questo settore di intervento non potrà mai portare alla trasformazione dell’Anm in semplice sindacato. Come ribadito dall’Anm nell’ambito del Tavolo Ministeriale di lavoro, la magistratura onoraria rappresenta una risorsa essenziale per l’amministrazione della Giustizia. Per essa è, pertanto, fondamentale una disciplina che, ispirata necessariamente ai principi della temporaneità e non stabilità dell’incarico – coerentemente con la previsione costituzionale in materia di concorso come regola imprescindibile per l’accesso alla magistratura professionale – ne tuteli il ruolo e la professionalità, muovendo dal presupposto della sua irrinunciabilità.

La crisi di partecipazione ha ragioni di carattere generale e radici profonde in una società nella quale il valore della cooperazione, del confronto del riconoscimento delle idee e dei valori, anche delle esigenze degli altri, sembra diventata un’inutile e fastidiosa perdita di tempo, energie sottratte alla propria affermazione individuale, al perseguimento dei propri obiettivi personali. La pretesa di affermare la propria visione individuale si traduce, nei nostri tempi, in sgangherate urla, in anatemi e discorsi d’odio declamati attraverso i social network o le mailing list, si trasforma nell’effimera soddisfazione di demolire tutto ciò che non va, nella narcisistica rivendicazione della propria purezza e superiorità morale. Ma finisce lì, lascia per terra le macerie, senza fornire alcun contributo costruttivo.

Occorre, quindi incentivare tutte le necessarie iniziative per favorire partecipazione, impegno comune e condivisione in seno all’associazione per rilanciare il ruolo del magistrato, che si legittima esclusivamente attraverso la propria professionalità e non ricerca il consenso o tantomeno la visibilità personale, che, con consapevolezza, senso di responsabilità, spirito di servizio, disciplina ed onore, è chiamato a svolgere il gravosissimo compito di giudicare i propri simili.

Vanno recuperati, e trasmessi ai giovani colleghi il valore di ritrovarsi in luoghi di incontro, dove farsi sentire ma anche ascoltare, dove ragionare insieme, conoscere e comprendere le legittime idee degli altri, dove cambiare, o almeno parzialmente rettificare, la propria idea e la propria prospettiva alla luce del argomenti e delle ragioni degli altri, dove trovare soluzioni comuni e il più possibile condivise agli enormi problemi che tutti affrontiamo nell’esercizio quotidiano della giurisdizione e fare in modo che le convinzioni che ciascuno di noi ha e i valori portati avanti dai gruppi associativi contribuiscano a rafforzare la tutela dei valori e dei principi più alti nei quali tutti noi dovremmo riconoscerci, prima ancora che come magistrati come cittadini.