Berlusconi: lo scivolone e poi l’azzardo ad alto rischio

Pubblicato il 11 Ottobre 2011 21:49 | Ultimo aggiornamento: 11 Ottobre 2011 21:49

Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini (Foto LaPresse)

ROMA – E’ Silvio Berlusconi in persona a dare l’ordine di scuderia: smentire che ci sia una ”volontà politica” dietro lo scivolone del governo, negare con decisione che ci sia stato ”dolo” per la sconfitta (senza precedenti, punta il dito l’opposizione chiedendo al premier di salire al Quirinale e dimettersi) sull’art 1 del rendiconto generale stato per il 2011.

Berlusconi fiuta il pericolo: ”E’ soltanto un problema tecnico, non ci saranno ripercussioni”, dichiara in pubblico. Ma è attonito, e lo si vede quando passa accanto a Tremonti che non ha votato (e con lui Scajola e alcuni dei suoi, Bossi e Maroni, Pionati, Scilipoti, altri Responsabili e ben 17 pidiellini) e non lo degna di uno sguardo, sbattendo invece nervosamente nell’aria i fogli che ha in mano.

Berlusconi gioca d’anticipo sul Quirinale: chiederà la fiducia su una nuova versione del ddl rendiconto, dopo un varo lampo del Consiglio dei ministri, dimostrerà che i numeri ce li ha ancora e la fiducia sul provvedimento si trasformerà in un’ennesima richiesta di fiducia al suo governo. Il premier tenta l’azzardo per “stanare” chi gli fa la fronda, forte di ciò che gli ha garantito Claudio Scajola nel lungo pranzo di martedì: ”Io non ti voterò mai la sfiducia, ma ti pongo come questione primaria quella dell’allargamento della maggioranza, anche se questo dovesse voler dire un tuo passo indietro. Valuta tu”.

Con Scajola il premier ha tutta l’intenzione di recuperare (”sono colpito da ciò che mi dici, mi parli come fa mio figlio Luigi”, avrebbe detto all’ex ministro il premier davanti a Gianni Letta e Fedele Confalonieri, promettendo almeno a parole di voler riflettere) ed è certo di poter tenere a bada i movimenti dell’ex ministro che però stasera ha incontrato di nuovo Beppe Pisanu e va avanti sulla stesura di un documento ‘frondista’.

I ferri sono invece sempre più corti con Giulio Tremonti, con il quale Berlusconi ha ormai ingaggiato un corpo a corpo sul decreto sviluppo e al quale chiede con toni bruschi di spiegare la sua assenza in Aula o andarsene. ”Nessuna ragione politica, di nessun tipo – si giustifica il Tesoro -. A poche ore dalla presentazione della legge di stabilità, il ministro era al Ministero impegnato con gli uffici di Gabinetto nella valutazione dei dossier relativi a ciascun Ministero”. La scommessa dunque per il premier è dimostrare di poter passare ancora attraverso il cerchio di fuoco delle fiducia, e farlo prima che sia il Colle a chiedere conto dello scivolone.

A Berlusconi non ha fatto certo un bell’effetto andare k.o. un attimo dopo essere entrato in Aula e sentire Gianfranco Fini pronosticare in diretta le ”evidenti ricadute politiche” dello scivolone (per poi appartarsi a colloquio con Giorgio Napolitano, nelle stesse ore arrivato tra gli applausi a Montecitorio per la presentazione di un libro). Per questo il premier convoca in tutta fretta un vertice serale con i capigruppo di maggioranza, per studiare l’exit strategy che potrebbe consistere nella ristesura ex novo di un rendiconto.

”E’ molto semplice capire se il governo ha o no la fiducia: basta che la chieda – sparge ottimismo a sera Daniela Santanchè – noi lo faremo, avremo i numeri e andremo avanti fino al 2013”. E poi l’affondo: ”Inutile starsi tanto ad interrogare sul perchè Tremonti non era in Aula. Non c’è mai, neppure sui provvedimenti suoi, basta consultare i tabulati”.