Da Berlusconi a Diliberto, via Frattini e Fassino: torna lo spirito di “Tutti a casa”, speriamo non torni l’8 settembre

di Marco Benedetto
Pubblicato il 12 Ottobre 2010 13:52 | Ultimo aggiornamento: 14 Dicembre 2011 14:17
sordi e reggiani

Alberto Sordi e Serge Reggiani in "Tutti a casa".Un sempiterno valore italiano

Strano posto l’Italia: una città come Milano, da lustri amministrata dalla destra, con una concentrazione di forze dell’ordine che si presume superiore alla Locride, mette in atto comportamenti violenti incrociati con omertà tipiche di altre latitudini.

Ogni tanto il ministro della Difesa Ignazio La Russa promette di mandare l’esercito, in qualche angolo d’Italia ma poi si distrae a fare le linguacce e dare del pedofilo ai connazionali che hanno l’ardire di contestarlo. Ma l’ordine pubblico è un’altra cosa e non si garantisce né con i mitra, né come dice la sempre più inadeguata Moratti, con le tecnologie. Dipende piuttosto da una rapida e certa giustizia, da una “copertura” politica alle forze dell’ordine, ragionevole, non aprioristica ma non demagogica, da fatti culturali che nascono dalla  certezza della applicazione delle leggi. Se cercate ispirazione, guardate un vecchio western, dove alla fine vince il bene, non i film italiani sul meridione, dove la giustizia è sconfitta fin dai colletti sporchi dei poliziotti.

Un governo di destra, per vocazione storica più vicino alle ragioni della guerra che non la sinistra, per catturare un po’ di voti scivola nel più italiano dei “tutti a casa”.

La sinistra italiana, negli ultimi vent’anni decisamente più seria e responsabile (fisco e Visco a parte) della destra, si esprime attraverso uno dei suoi esponenti più seri, Piero Fassino  ma poi gli impone il berlusconiano contrordine compagni per non scontentare i suoi tutti a casa della sinistra radicale.

Ricordo la scena di un film del ventennio, di quelli che ancora si vedevano nei circuiti parrocchiali negli anni ’50, sulla prima guerra mondiale. L’attore Enrico Viarisio interpretava il socialista pacifista che alla fine non seppe resistere alla Patria e andò anche lui in trincea, nonostante l’età non fosse più da coscrizione. Certo, poteva servire da copertura alla meno spontanea conversione di Benito Mussolini. Ma voglio illudermi che una volta le cose non tanto fossero meglio, ma l’assurdo fosse meno dilagante, meno imperiale il non senso, meno radicata l’inversione dei ruoli.

Quando uscì “Tutti a casa”, nel ’60, di Comencini, la destra cavalcò l’indignazione per l’immagine di un paese di fuggiaschi e traditori, subito dopo l’8 settembre 1943. Era sbagliato indignarsi. Quella era l’Italia, stremata dalla guerra, stracciona, male armata, senza più guida, col Re e il Governo in fuga oltre le linee, abbandonata alla rappresaglia del disprezzo tedesco.

Non era diversa da quella della prima guerra mondiale, dei 680 mila morti, costata quasi due volte il pil dell’epoca, milioni di ragazzi che quasi non parlavano italiano, sradicati dalle loro valli, a sud come a nord, mandati a marcire in trincea dall’ottusa disciplina militare piemontese. Leggete con che disprezzo Erwin Rommel racconta l’azione che lo portò, appena tenente, a catturare con un plotone un battaglione italiano dando l’avvio alla rotta di Caporetto: disprezzo per gli ufficiali, comiserazione per i fanti. (Coincidenze della storia: artefice italiano di Caporetto fu Pietro Badoglio, regista anche della ignominiosa fuga dell’8 settembre)

Rommel era alpino: ma il suo reparto, per il federalismo voluto da Bismark e dal Kaiser, e già allora punto di forza della Germania, era tutto di militari bavaresi, gente di montagna. L’Italia negli alpini ha arruolato di tutto, anche in Liguria, forse perché Alpi e Appennini la spingono verso il mare. Arruolarono a Genova anche un mio cugino e lo mandarono a morire in Russia.

Oggi non c’è più la coscrizione obbligatoria e l’arruolamento è libero e volontario. Quattro morti sono quattro morti, quattro vite spezzate. Ma sono quattro. Quanti poliziotti o carabinieri sono morti in queste settimane servendo la stessa patria, uccisi in scontri a fuoco per garantire la nostra quiete, come quei poveri alpini sono morti per garantire il nostro futuro, senza funerali di Stato, senza che il ministro dell’Interno Roberto Maroni abbia detto: ritiriamoli nelle caserme?

Forse, alla luce di quel che accade a Milano, è davvero accaduto, ma non lo si è saputo. Ora il ministro degli Esteri, rispetto agli impegni internazionali dell’Italia lo ha anche detto: “Tutti a casa”. Frattini non stupisce, perché è anche quello della linea debole anche con i pirati somali.

E in fondo non stupisce nemmeno Berlusconi, che vuole proporre al presidente americano Barack Obama un accrocchio nominalistico, mascherato da tutti a casa. Non stupisce ma imbarazza: quelle sono parti da lasciare a Diliberto, a Ferrero. Il povero Obama non ci capirà più nulla, a sentire il maccheronico inglese di Berlusconi o la contorta traduzione dell’interprete, e penserà di assistere alla riedizione di uno spaghetti western: per un pugno di voti.