Berlusconi e Alfano, il giorno della resa dei conti. Scissione, ma di quanti?

di Emiliano Condò
Pubblicato il 2 ottobre 2013 8:37 | Ultimo aggiornamento: 2 ottobre 2013 8:45
Angelino Alfano e Silvio Berlusconi

Angelino Alfano e Silvio Berlusconi

ROMA – Silvio Berlusconi: “Non votate la fiducia a Enrico Letta”. Angelino Alfano: “Votate la fiducia a Enrico Letta“. Lo strappo nel Pdl, nel giorno più lungo per il fondatore e il segretario, sta tutto nei due annunci opposti che arrivano nel giro di poche ore: alle 22:30 quello di Berlusconi, attorno alle 17 quello di Alfano. In mezzo una giornata di incontri: uno fiume tra Berlusconi e Alfano, poi uno delle colombe Pdl con Letta, uno tra Berlusconi e i suoi fedelissimi e un altro, notturno ma inutile tra Berlusconi e Alfano.

Ma perché si è arrivati allo strappo e alla necessità di contarsi in Parlamento?

Perché i due si sono esposti. Troppo per tornare indietro. Berlusconi mentre Alfano gli chiedeva di ripensarci aveva già affidato alla stampa, nella forma del settimanale amico “Tempi” una lettera senza ritorno in cui definiva Letta e Napolitano inaffidabili e spiegava agli italiani perché il governo andasse affossato. Tornare indietro proprio in quelle ore sarebbe stato impossibile da spiegare persino per lui. Quanto ad Alfano, dopo il silenzio e gli applausi del giorno prima al Berlusconi annunciante la morte del governo, dopo l’alzata di testa, il rinculare sarebbe stato francamente difficile da spiegare. Una retromarcia con coda tra le gambe  ancora più vistosa di quanto accaduto mesi prima con la vicenda primarie Pdl.

“Rien ne va plus” come scrive sul Corriere della Sera Francesco Verderami raccontando la giornata del Pdl con la metafora di una pallina impazzita sulla roulette. Il gioco è fatto in attesa che la fiducia a Letta racconti di un nuovo rapporto di forze nel Pdl. E se per Antonio Polito “lo strappo è necessario” e complessivamente salutare per l’Italia resta l’incognita dei numeri. Spaventosi sono non quelli del Pdl ma quelli del Paese reale, come quel 40% di giovani disoccupati di cui parla Dario Di Vico.

La Stampa invece punta sull’uomo che ha ufficializzato lo strappo, quel Carlo Giovanardi che per un divertito Massimo Gramellini diventa Joe Vanardi, l’uomo che vuole tenere in vita il governo perché coerentemente contrario a ogni tipo di accanimento terapeutico. Ma La Stampa come il Corriere usa il termine resa dei conti nel Pdl mentre a raccontare la giornata di voci incontrollate, caos e cambi costanti di orizzonti è Mattia Feltri che descrive lo stato d’animo dei Berluscones in attesa dell’arma segreta.

Arma che per ora non c’è. Tutto rimandato al Senato in mattinata. Alle 9:30 parlerà Enrico Letta, poi ci sarà il dibattito e quindi la fiducia. Lì si vedranno i numeri, si capirà se i 40 parlamentari in odore di “Nuova Italia” di cui parlava Giovanardi sono reali o se Berlusconi, a forza di telefonate notturne abbia effettivamente ridotto i ranghi degli scissionisti di Alfano. Letta ha puntato su Alfano respingendo le dimissioni dei ministri Pdl. Significa che secondo i suoi conti i numeri per andare avanti ci sono. Non per vivacchiare: il premier non lo vuole e Napolitano non lo consentirebbe. Numeri per governare, quindi. I 40 scissionisti servono tutti o quasi.