Berlusconi e il caso Mills/ Gelo di Bossi e Fini. Così il premier rinuncia a attaccare i giudici in parlamento

Pubblicato il 21 maggio 2009 8:47 | Ultimo aggiornamento: 21 maggio 2009 16:23

Silvio Berlusconi non affronterà in Parlamento i suoi problemi giudiziari. La giornata politica di mercoledì ha preso una piega tale da fargli cambiare idea.

Era partito sparato, minacciando una catilinaria contro i giudici colpevoli di avere condannato l’avvocato inglese David Mills per avere preso dei soldi proprio da lui Berlusconi, per mentire a uno dei tanti processi. La tesi di Berlusconi non è originale, a dire il vero: in ogni città italiana c’è un carcere e in ogni carcere ci sono dei condannati per varie ragioni. La maggior parte di loro, se interpellati sulle cause della condanna, non diranno mai: ho commesso quel crimine, ma diranno che la colpa è del giudice che non ha capito. Nel caso di Berlusconi c’è un’aggravante, per il giudice: che è di sinistra.

Berlusconi era dunque partito in quarta, lunedì, poi i bollenti spiriti si sono raffreddati, tanto che il vide presidente dei senatori del Pd, Luigi Zanda, lo aveva sollecitato a presentarsi, come promesso, nell’aula del Senato.

Nella giornata di mercoledì, però, i dubbi nel giro del premier si sono manifestati sempre più forti. Scrive Claudio Tito, su Repubblica, che «dalle parti della Lega e di Alleanza nazionale le perplessità» sono molte.

La linea della Lega di Umberto Bossi, infatti, non è affatto accondiscendente nei confronti di Berlusconi: «Su questo non possiamo seguirlo», è stato il messaggio lanciato da Bossi. Nel Carroccio del resto il fronte anti-magistrati non ha mai fatto breccia, nota Tito: «persino il lodo Alfano è stato considerato a suo tempo dai lumbard come il modo per liberarsi dalla necessità di blindare il premier dinanzi alla guerra con i giudici. Senza contare che per le riforme, il Carroccio continua a coltivare il seme del dialogo con il centrosinistra e uno scontro sulla giustizia potrebbe compromettere i buoni rapporti costruiti in questi mesi. I leghisti, insomma, non vogliono farsi schiacciare sul “rilancio” berlusconiano. Ragionamenti che sono arrivati in modo più o meno esplicito a via del Plebiscito. Non una frattura, ma dei suggerimenti».

Anche Gianfranco Fini, leader della ex An, non è molto solidale con i guai giudiziari di Berlusconi, del quale ha subito lo spolpamento del vecchio partito e l’annessione nel Pdl. Così mercoledì, alla conferenza dei capigruppo della Camera, Fini ha detto: «Il Parlamento non c’entra niente con il processo di Milano».