“Perchè Napolitano non può accettare la richiesta di dimissioni di Fini”: la lezione dei costituzionalisti a Berlusconi

Pubblicato il 8 Settembre 2010 9:30 | Ultimo aggiornamento: 8 Settembre 2010 10:01

Giorgio Napolitano

Una richiesta ”irricevibile” sia ”dal punto di vista costituzionale che parlamentare”, perché ”il presidente della Repubblica non può e assolutamente non deve sfiduciare il responsabile di un organo istituzionale. Come del resto non può permettersi di fare nessun altro”.

Sarebbero queste, secondo il Corriere della Sera, le valutazioni del Quirinale sull’ipotesi, annunciata da Silvio Berlusconi, di salire al Colle per chiedere le dimissioni di Gianfranco Fini dalla presidenza della Camera. ”Scatti in avanti” della maggioranza che denotano ”molta rozzezza – scrive il quotidiano di via Solferino – e un preoccupante stato confusionale”.

Peraltro, è il ragionamento ”dei giuristi e non solo”, ”chi intende mettere in mora Fini descrivendolo come non più super partes, nel momento in cui coinvolgesse il Quirinale per scacciarlo finirebbe per indicare come nemico e mettere così in mora pure il Capo dello Stato, associandolo obliquamente a Fini, nel caso che Napolitano rifiutasse di essere messo in mezzo”. Una mossa ”istituzionalmente pericolosa, giocata sul terreno dell’ambiguità”.

Quello che ora si aspetta dal Colle è ”la convocazione dei capigruppo di Camera e Senato e la fissazione del dibattito sulla mozione” dei cinque punti indicati dal premier per andare avanti. E solo così ”si dedurrà l’esistenza o meno di una maggioranza. Non in altri modi”.

Non si può infatti, ”chiedere al Capo dello Stato una sorta di boicottaggio istituzionale né di intervenire in qualsiasi forma sul presidente della Camera, come se si trattasse di spostare un cavallo sulla scacchiera degli organi istituzionali”.

Si dimentica ”che la terza carica dello Stato non è revocabile” e inoltre ”le dimissioni vanno accettate dall’assemblea”. ”Curiosa” anche la discussione sul ruolo super partes del presidente della Camera che, secondo il Colle, così come il presidente del Senato, essendo eletti dai cittadini prima che dall’assemblea, ”non sono super partes in origine ma lo diventano interpretando correttamente il ruolo loro assegnato”.

”Ipotesi aventiniane o di scioglimento di una delle Camere – si legge nell’articolo – sono del tutto fuori luogo, anzi, sono ritenute una provocazione e un goffo tentativo di portare sul piano costituzionale una crisi eminentemente politica, che deve avere il suo sbocco in Parlamento”.

Andare al Quirinale per chiedere le dimissioni del presidente della Camera ”non è possibile”, ”Costituzione e regolamenti parlamentari sono chiarissimi”. Sono concordi Giorgio Rebuffa e Paolo Armaroli, due costituzionalisti intervistati dalla Stampa, sul fatto che ”costituzionalmente l’atto di elezione del presidente della Camera è impegnativo per la Legislatura”. E l’unico modo che ha il presidente del Consiglio per ottenere le dimissioni della terza carica dello Stato, sottolinea Rebuffa, ”è chiederglielo”, oppure ”provocare la fine della Legislatura”.

Per questo andare al Colle ”è una follia dal punto di vista costituzionale, un non-senso che serve a Berlusconi a convincere il suo popolo della bontà delle sue posizioni. Un gesto di teatro, ma sostenuto da una follia eversiva”. Certo, gli fa eco Armaroli, ex parlamentare di An, ”sarebbe un intervento anomalo, volto però a segnalare una forte anomalia” con ”il presidente della Camera che contesta giorno dopo giorno il governo”. Esiste, insomma, ”un problema di imparzialità”.